venerdì 30 novembre 2012

L'orrore della verità

Mi capita, al lavoro, di voler "travasare" qualche verità scomoda, a colazione coi colleghi d'ufficio.

Così, qualche giorno fa, ribadivo il concetto che l'automazione della produzione muta assai la condizione sociale del lavoratore.

Se nel medioevo il servo della gleba era uno schiavo utile, il lavoratore moderno, grazie alla tecnologia che automatizza sempre più la produzione dei beni e servizi essenziali, si avvia tristemente ad essere "uno schiavo inutile".

E' una realtà che già oggi non sfugge all'osservatore consapevole; quanta parte del lavoro burocratico potrebbe essere evitata, e quanti lavoratori potrebbero essere lasciati a casa, con buona pace d'ogni istanza solidale?

L'uomo diverrebbe uno schiavo inutile, e per questo prono ad ogni volere della casta, ove non assuma su sè, in quanto cittadino, la proprietà della moneta.

Tra i miei ascoltatori uno fu particolarmente colpito dal concetto, e da un lampo negli occhi potei intravvedere -come capita a chi sia abituato a sondare i minimi segnali dell'anima- l'erompere subconscio dell'orrore che immediatamente si veste di indifferenza o scherno, quando il sistema immunitario della coscienza ne smorza l'effetto che sarebbe altrimenti devastante.

E questo è davvero ciò che separa l'uomo dalla sua libertà, la paura di essere consapevole:

Si preferisce credere che chi dilania il nostro paese a pezzi e "bocconi" sia responsabile e capace, piuttosto che rivendicare una sovranità monetaria che rimetterebbe in gioco tutti i valori, politici e morali, a cui bovinamente ci siamo voluti prostrare.

giovedì 18 ottobre 2012

Le origini del nostro debito pubblico e l'inganno di "mani pulite"

Sembrerebbe arduo far coincidere l'origine dei guai della nostra dissestata finanza pubblica con l'operazione, eterodiretta e su scala internazionale, che spazzò via la nostra migliore politica, lasciando libero accesso ai rottamatori del benessere nazionale; ma se la caduta del Partito Socialista Italiano -è ormai risaputo e condiviso- coincise con quella spregiudicata spartizione del bene comune che fu organizzata a bordo del Britannia, assai meno appariscente fu la creazione -ex novo- di un debito pubblico in realtà detenuto -per il tramite della Banca d'Italia- dal popolo italiano.

Un lucidissimo lavoro di Claudio Moffa, ottimamente documentato, spazza via ogni dubbio, qui il testo: Stato sociale, crisi finanziaria, sovranità nazionali

E' "leit motiv" assai diffuso che l'origine del nostro debito pubblico sia dovuta alle "ruberie" della "prima repubblica"; niente di più falso se si comprende l'origine ed il funzionamento della moneta.

Che il nostro popolo possa comprendere prima che sia troppo tardi è quel che veramente mi auguro, chi ignora la propria storia è condannato a subirne le conseguenze.

sabato 1 settembre 2012

Elogio della sconfitta

Antologia di pensieri ad uso dei candidati al diploma di "BUONO A NULLA"

Cos'è una vittoria? Seppure un moto di gioia mi costringe alla positività del traguardo ormai conseguito, un nodo afferra zone oscure dell'anima, quasi a voler contendere alla coscienza ogni spasmo di felicità.

E' un nonsochè di sottile che opera come un veleno, e contrasta la certezza dell'essere in relazione di verità con il mondo. Così, ogni volta, io non mi sento vincitore, piuttosto mi sento canzonato dalla realtà, se affermo, se il mondo afferma nei miei confronti, l'insolenza di un ordine di pensieri che pretenda vestire il reale di verità. Di quella stolta e minuscola verità che usiamo per celare a noi stessi l'orrore dell'inconosciuto, di ciò che permane oltre il fragile velo del convenzionale.

Meglio, molto meglio, trovarsi a dover raccogliere i cocci delle proprie ambizioni, meglio dover dolorosamente riandare all'origine delle proprie certezze. Meglio dover vedere, ogni volta, che dèmone si celi dietro ogni affermazione di sè, dietro ogni ottusa volontà di vittoria.

Così, con l'animo di chi disfà le valige per un gran viaggio che pareva potersi realizzare ed è fallito all'ultimo istante, con l'animo di chi, persa la meta, torna al luogo che pareva abbandonato per sempre, con l'animo di chi rassegna al Fato ogni cosa e sè stesso, voglio tessere l'elogio della sconfitta: unica medicina all'umana presunzione di intrappolare l'essere nella normalità delle piccole affermazioni quotidiane.

Ma non voglio tessere l'elogio di una sconfitta che celi in sè la vittoria, giacchè se ogni vittoria è una sconfitta incompresa, ogni sconfitta, compresa,  potrebbe essere una vittoria, ma che intesa come vittoria sarebbe di nuovo sconfitta; e così indefinitamente, finchè non si esca dal cerchio ottuso di sconfitta e vittoria, di io e mondo, di piacere e dolore, finchè non se ne afferri un senso oltre la prigione duale.

Occulto, come occulta è ogni cosa esistente oltre la dualità. Perciò il senso occulto della sconfitta è la via che conduce, dalle certezze del mondo, sù fino a contezza dell'inanità di ciò che appare vero e degno di considerazione; sù fino a poter essere tacciati, dal mondo che reclama la sua inanità, come perfetti "buoni a nulla".

Perciò gli scritti di questo “blog”, sono tutti
improntati a pensieri, osservazioni e paradossi atti a condurre ogni utilissimo schiavo di questo mondo che appare, sù fino alla perfetta e metafisica condizione di buono a nulla; giacchè è sempre tale, agli occhi del mondo, chi non si sottometta alla falsità del desiderare entro il cerchio della propria prigione.


mercoledì 8 agosto 2012

Le schiacciatrici di Equitalia


Interessante, a fondo pagina, il modello 153054, capace di schiacciare 30 quintali/ora. Non è ancora in produzione, ma non dubitiamo che il governo in carica sarà in grado di adottare le necessarie misure, perchè il modello giunga al più presto sul mercato.

venerdì 3 agosto 2012

Associarsi conviene!


Associarsi conviene sempre; non importa a quale partito, parrocchia o loggia segreta, ma associarsi conviene. Persino associandosi ad un condominio, prendendo parte attivamente alla vita condominiale che si svolge per le scale, fermandosi a discutere sui pianerottoli sempre affollati di massaie in vestaglia e bigodini, si può allontanare la paura che da sempre sgomenta l'uomo, la più temibile, quella di restare soli.

"Vox clamantis in solitudo", chissà che paura, e chissà poi perchè ostinarsi a declamare nel deserto, quando le città anche a quei tempi erano piene di popolo a cui aggregarsi, di sette segrete ai cui insegnamenti conformarsi, di opinioni correnti da condividere senza sentire il peso di doversi formare idee che, nascendo dalla solitudine dell'individualità, potessero trovarsi di contro la legge e la consuetudine, la morale comune insomma, il buonsenso popolare.

Ci si associa persino ai sessi, anche così non si é soli, si dice per esempio, "queste son cose da uomini", e si sa, o per lo meno si presume, che la metà della popolazione mondiale ci é solidale, che non siamo soli, che possiamo contare su coloro a cui ci siamo dichiarati simili.

Insomma ci si associa, e non importa che la società, la razza, il partito, la religione a cui si appartiene sia grande e potente, basta essere almeno in due, basta che vi sia uno solo sulla terra a cui poter riferire il famigerato detto "mal comune, mezzo gaudio"; così che non capiti di dover subire la paura della solitudine, di dover affermare di fronte a noi stessi che ci capita quel che ci capita e siamo soli a sperimentarlo, perchè siamo individui, quindi irripetibili, unici e disperatamente soli nell'universo, ma individui, esseri da cui può germogliare la fraternità che non é aggregazione, e fa paura perchè é la soglia dell'esperienza interiore per cui é possibile la donazione di sè; altrimenti é una frottola, é il presunto amore, la presunta fraternità, che nasce dalla paura di essere soli, dalla paura di non potersi associare e di doversi donare.

Per cui conviene associarsi, conviene quardarsi intorno a cercare occhiate complici di connivenza, quando su un mezzo pubblico si apostrofa duramente un barbone, un nero, un diverso, perchè non sapremmo farlo nella sfera della nostra individualità, sfera in cui siamo paurosi e smarriti; ma se siamo tanti, povere bestie, siamo anche forti, e allora si spiega come i bianchi siano opposti ai neri, i meridionali ai settendrionali, i maschi alle femmine, quelli della scala A a quelli della scala B.

Ricordo un pranzo di lavoro, qualche tempo fa; si era discusso animatamente dei problemi connessi al lavoro che si stava svolgendo fino al momento di sedersi a tavola, ma davanti alla pastasciutta la disposizione degli animi mutò, mi resi conto di trovarmi in mezzo a un gruppo di appassionati di calcio, i cosiddetti tifosi; insomma si discuteva animatamente di calcio, e visto che io restavo ostinatamente in silenzio, uno dei presenti mi chiese, peraltro molto garbatamente, per quale squadra tifassi; io che sono stato sempre allergico alle urla agli stadi ed alle sgroppate di massa, risposi a tamburo battente: "mi occupo solo dei calci che mi dà la sorte". Intorno a me si formò il gelo, i tifosi avevano scoperto che alla loro mensa sedeva un "diverso"; con evidente imbarazzo dei presenti la conversazione si raffreddò, mi dispiaque esserne stato la causa, ma da quell'esperienza trassi l'insegnamento che é l'oggetto di questo articolo: associarsi conviene; perciò associatevi, e se proprio non vi garba, fate finta. Ma associatevi.           

venerdì 27 luglio 2012

Guatemala Guatemala


"Guatemala Guatemala
Maremma maiala!"

Ve la ricordate la canzoncina degli Squallor? Io me la ricordo bene.

E chissà se la ricorda anche qualcun altro, reo di avere orecchiato in certi "fili" telefonici.

Si sa, chi tocca i fili muore. E i "segreti di stato", ahimè, non sono certo roba da toghe di provincia.

Peccato solo che a toccare certi altri fili, che legarono l'opera e la dignità di funzionari integerrimi, verso se stessi e lo Stato che hanno servito, il nostro non abbia neppure preso la scossa.

Ma chissà che "maremme" snocciola adesso, mentre prepara le valigie.

Che possiamo augurargli se non buon viaggio? E magari, tra una "maremma maiala" e l'altra, in quelle lontanissime "contrade", che trovi il tempo e la voglia per ripensare agli esiti infausti di certe, ormai sepolte, vicende giudiziarie. Questo sì sarebbe un pentimento, e davvero il primo, tra quelli contrabbandati da molti protagonisti di quelle trame oscure.

Il fine non giustifica -mai- i mezzi!

sabato 14 luglio 2012

Working class


Amo gli inglesi. Non quelli della "City", che speculano sulla prosperità economica dei popoli, non amo la Gran Bretagna imperialista dei due scorsi secoli; ma i minatori e gli operai di Ken Loach, quelli sì, li amo.

Mi sembra che la Gran Bretagna, nel suo essere così fortemente presente tra le correnti spirituali che orientano i popoli, abbia prodotto il male ed il suo antidoto, mirabilmente svelato dai suoi registi della "working class".

Per lungo tempo mi sono chiesto quale mai possa essere stato l'elemento catalizzatore che, nel corso del novecento, ha separato una sinistra, inizialmente in sintonia con le istanze sociali delle classi disagiate, da quelle stesse classi; fino a divenire un oscuro epifenomeno politico, più interessato a singolarità sessuali, legittime ma giocoforza confinate nella sfera del privato, che alle attuali esigenze di riscatto dal supercapitalismo del NWO.

Mi sembra davvero singolare come, lo stesso ambiente sociale, possa produrre impulsi così contrastanti. Se da un lato certe massonerie "antitradizionali" urgono verso l'annichilirsi di ogni "particulare", in nome di dei senza luce e senza storia; d'altra parte, tanto più fortemente ne emerge un "milieu" tanto cristiano quanto distaccato da ogni contaminazione clericale.

Forse la spiritualità di questo popolo è davvero, in massima parte, rappresentata dal genio di Oscar Wilde, da quella immensa parabola artistica che, nel "De Profundis", ebbe il suo meraviglioso compimento.

Casualmente direi, semmai potesse esistere il caso, mi sono imbattuto in un lucidissimo articolo che per me ha potuto riannodare tante considerazioni che tendevano a convergere in una sintesi.

Ve lo propongo qui:
Il socialismo: oltre la destra, oltre la sinistra, oltre la modernità

E' una recensione di "Le complexe d’Orphée" di Michéa, che mi riprometto di leggere.

In "Tutto o niente" di Mike Leigh, l'intensità dello sguardo di Timothy Spall di fronte al mare, mentre vede tutta la sua vita, sociale, familiare, economica, andare a rotoli, è -a parer mio- il fotogramma più vero e sublime di tutta la cinematografia.

Mi sono sempre chiesto dove mai si potesse collocare, politicamente, questa "working class". Oggi ho considerato che quasi metà dell'elettorato europeo, alle urne, non ci va neppure: e finalmente l'ho capito.

martedì 10 luglio 2012

Buone vacanze!


Buone vacanze. Dopo un anno di lavoro e di realizzazioni é finalmente giunto il momento di partire verso le mete estive; mare, monti, laghi, paesi lontani da visitare; é finalmente giunto il momento di evadere dalla spesso frustrante e ripetitiva realtà quotidiana nella quale nostro malgrado ci ritroviamo, quasi che non l’avessimo noi stessi costruita giorno per giorno, coi nostri pensieri, con le nostre azioni, con le scelte che hanno determinato la nostra vita, il nostro destino.

Comunque, buone vacanze. E che siano vere vacanze, che si riesca cioè a spogliarsi di tutto quel che ordinariamente si é, di quell’anemica immagine di noi stessi che ordinariamente presentiamo agli altri, del nostro solito io; perché prevalga e si esprima in noi l’io che più profondamente sentiamo di essere, che non é legato ai ritmi della realtà quotidiana, che non ha bisogno di andare a letto la sera per potersi svegliare presto la mattina e andare incontro ai doveri di un’esistenza monotona e ripetitiva. Perché possa esprimersi in noi quel poeta, quell’avventuriero, quel sognatore che ognuno riconosce, incompreso, nel profondo di sé; perché é in tutti, anche se (tranne che in esseri eccezionali di cui a volte narra la storia), dorme profondamente.

Buone vacanze dunque, all’eroe che dorme in ciascuno di noi; perché libero dalle pastoie della quotidianità possa esprimere ciò che di noi é la realtà più autentica, proprio perché la meno ordinaria.

E mentre siamo in vacanza, mentre respiriamo a pieni polmoni quel senso di libertà e di indipendenza che in città per tutto il resto dell’anno ci é negato (o ci neghiamo?); possiamo per esempio pensare al significato della parola vacanza: che cosa é la vacanza?

Capita, di rado, di pronunciare interiormente una parola; una parola che si é sempre pronunciata, così, come ordinariamente si pronunciano tutte le parole; di pronunciarla dunque interiormente, tra sè e sè, e di ascoltarne (sempre interiormente) il suono, che all’improvviso ci giunge nuovo, come se non l’avessimo mai sentito; lo ascoltiamo cioè, come se lo assaporassimo, gustandone, sillaba dopo sillaba, intimi significati, significati nuovi, inaspettati, inauditi; quella parola ci colpisce come un’idea, e il folgorare dell’idea di quella parola ce ne restituisce i significati più nascosti.

Se fossimo uno di quegli uomini eccezionali di cui più sopra si è detto, potremmo volitivamente evocare questa esperienza, e, già che ci siamo, scegliere per tema del nostro sperimentare proprio la parola “vacanza”.

Giungeremmo forse a scoprire che vacanza può significare assenza, e questo lo sanno tutti, che la parola é affine a vacuità, e anche questo è facilmente osservabile; ma questa assenza, questa vacuità, questo non esserci (che pedestremente significa semplicemente che noi non ci siamo perché siamo partiti per le ferie), presuppone un soggetto che va in ferie, un io che in quanto tale deve comunque esserci, deve essere presente, e va in vacanza soltanto se può spogliarsi di se stesso, altrimenti vacanza significa soltanto vacanza per gli altri che si sono liberati di noi, e non per noi che non ci siamo liberati di noi stessi, e che quindi, non andiamo in vacanza.

Chi é dunque colui che a buon diritto può andare in vacanza? Chi, dunque, può liberarsi di se stesso, essere indipendente dall’immagine di sè che si é costruito, e che lo condiziona, e che lo fa tornare dalle ferie più stanco e più spompato di quando é partito?

Evidentemente solo chi é indipendente da sè, chi non é legato al proprio contingente apparire, chi non é costretto e determinato dal ruolo che si é scelto, e quindi, essendo libero da tale veste, da tale ruolo, può essere vacante di sè stesso e continuamente ricrearsi a proprio piacimento, potendo essere secondo i casi musicista, poeta, ladro o ragioniere senza tuttavia sentirsi limitato o determinato dal vestito che ha scelto di indossare; e che per questo, giocoforza, é sempre in vacanza.

Mentre tutti gli altri, i più, non lo sono mai. Non lo sono perché non hanno la forza, il coraggio di uscire da sè, di rinnegare sè stessi, di confutare ciò che credono essere la parte più intima di sè ed invece è solo una vecchia, bisunta, logora veste con la quale si sforzano di apparire e che dovrebbero scrollarsi di dosso se, veramente, volessero andare in vacanza.

Dunque chi vuole andare in vacanza, chi vorrebbe essere altro da ciò che é, chi pensa che altri sia la causa del suo malessere interiore, delle difficoltà che attraversa, chi maledice il proprio destino, in vacanza non andrà mai. Potrà certo sfuggire un padre possessivo ed impossibile, oppure un caporale odioso; ma incontrerà un capufficio, un padrone di casa, un agente delle tasse che saranno sempre e comunque lo stesso padre, lo stesso caporale. E potrà essere a Catania come a Honolulu, a Londra come a Parigi; non sarà mai in vacanza.

E così chi vorrebbe andare in vacanza non potrà mai andare, e chi invece può andare in vacanza non ha alcun bisogno di andarvi, perché se anche fosse in prigione o all’ospedale, é se stesso, é sempre in vacanza: così va il mondo. Comunque, buone vacanze.

martedì 26 giugno 2012

La miseria che meritiamo


Fino a Bretton Woods l'autorità di stampare moneta apparteneva a chi avesse corrispettivo in oro, ma solo formalmente, perchè già si trattava di una convertibilità del tutto teorica.

Dopo gli accordi di Bretton Woods, ed il definitivo abbandono della convertibilità in oro, l'autorità di stampare moneta apparterrebbe ai popoli sovrani, perciò agli stati.

Lo Stato italiano aveva delegato quest'autorità alla Banca d'Italia, come prestatore di ultima istanza. Ma essendo questa pubblica, si trattava solo di una partita di giro.

Con la privatizzazione della Banca d'Italia il debito pubblico italiano cominciò a divenire qualcosa di tangibile, la BdI smise di essere "prestatore di ultima istanza" e lo Stato italiano dovette approvvigionarsi sul mercato.

Occorrerebbe chiedersi chi furono i politici che permisero questo scempio.

La moneta appartiene al popolo, l'abbondanza di moneta circolante normalmente è positiva, perchè euforizza il ciclo economico. E' vero che l'eccesso genera però costi alti per i prodotti d'importazione, ma è la miseria che meritiamo, non quella che, come adesso, subiamo.

domenica 13 maggio 2012

Ma cos'è questa crisi?

"Es una estafa, no es una crisi!"

Finalmente gli spagnoli l'hanno capito, noi italiani l'avevamo capito qualche anno fa; ma si sa, siamo come i capponi di Renzo, altrimenti Manzoni che ce lo diceva a fare?

E' una truffa, oramai è conclamato; perchè ce lo dice la Spagna aperta e multirazziale di Zapatero che abbiamo ammirato, la Spagna trasgressiva di Almodovar che forse abbiamo un po' invidiato.

Ora invece ci dice: svegliatevi, è solo una truffa!

Gli spagnoli stanno già reagendo, e noi, ce la faremo a reagire, con la nostra politica, infine a pezzi e "bocconi", prona ai voleri della più bieca finanza internazionale?

Me lo chiedo e ve lo chiedo, forse perchè non ho la ricetta in tasca, forse perchè mi ostino a pensare che la violenza sia la più oscura delle reazioni.

Qualcuno di recente blaterava, a proposito di tasse, di "aperto dispregio": forse sì, l'aperto dispregio di uno sberleffo sarebbe una reazione, non so se più efficace, quantomeno più variopinta.

Chessò, si potrebbe istituzionalizzare lo sberleffo al posto del classico "pronto chi parla", magari una pernacchia, ma solo in certi casi.

Immaginate? "Buongiorno, sono il presidente tal dei tali", "prrrrr, mi dica".

Impegniamoci tutti, che non ricevano altro che pernacchie, per strada, al telefono, sui giornali; sarebbe la rivoluzione della pernacchia. Io, fossi presidente, mi dimetterei.

sabato 14 aprile 2012

L'aperto dispregio

Mi fanno sapere, la logica che sottende l'evasione fiscale è "di scarsa considerazione se non di aperto dispregio dell'interesse generale del Paese e del bene comune".

Incasso il colpo e rimugino: come lavoratore dipendente sono un "onesto per forza", che sarei se solo potessi scegliere?

Già, e scegliere poi cosa? Scegliere di foraggiare le consorterie che affamano i popoli europei, prendendo dieci volte quel che restituiscono?

Scegliere il cappio al collo che dura tutta una vita di stenti, o quello che invece, brutalmente e tragicamente, risolve tutto nello spazio di un lampo di follia, e di cui sempre più spesso danno notizia i quotidiani?

Se solo potessi, democraticamente, scegliere, allora sceglierei davvero il bene comune del Paese; ma non sarebbe accondiscendere alla logica odiosa di chi, d'oltralpe, pretende di manovrare i nostri destini.

Sarebbe una cesura coraggiosa contro la sopraffazione, sarebbe un riappropriarsi della sovranità nazionale.

Oppure sarebbe un riconoscersi nella grande nazione europea, ma non certo come ce la ammannisce giorno per giorno la congiura dei servi monetaristi.

Sarebbe un'Europa in cui l'uomo, come individuo, verrebbe posto al centro dei valori morali, così come avrebbe dovuto essere.

Il diritto romano riconobbe il valore dell'uomo in quanto "cives", non certo in quanto portatore della propria individualità; due millenni di cultura europea sono stati edificati sulla concezione della sacralità "in sè" dell'essere umano, per questo l'Europa dovrà dirsi cristiana, o non sarà.

Sceglierei, anzi ho già scelto, di additare la congiura di cui siamo vittime, l'aperto dispregio che si compie nel privare i popoli di quella ricchezza che non può prescindere dalla proprietà della moneta.

Chi addita l'altrui dispregio, osservi una volta dentro di sè, potrebbe trovarvi più di quel che pretende riconoscere nel suo prossimo.

sabato 24 marzo 2012

Altro che articolo 18!

I nani di Bruxelles ci sembrano giganti perchè si ergono sulle nostre spalle.

E siamo talmente inconsapevoli di questo da voler lottare per la garanzia della servitù a vita. Ma noi non siamo i servi: noi siamo i padroni!

Dal tempo degli accordi di "Bretton Woods" la moneta non viene più, neppure formalmente, stampata a garanzia di un sottostante deposito in oro, viene stampata e basta.

Il diritto di emettere banconote, che un tempo apparteneva a chi avesse corrispettivo in oro, oggi apparterrebbe agli stati, perciò ai popoli.

Ma gli stati hanno delegato questo potere alle banche, e le banche ci prestano la "loro" moneta.

Riappropriarsi della nostra moneta equivarrebbe invece a poter sgravare il processo economico dalla necessità di venire imbrigliato in leggi e regolamenti che proteggano noi "servi", perchè non esisterebbe più alcun servo, ma solamente attori del processo economico, padroni del loro reddito e perciò potenzialmente liberi.

Vale la pena osservare che, nei paesi civilizzati, la distribuzione del reddito è già tale che, eccettuate alcune sacche di povertà che sarebbero facilmente eliminate grazie all'abolizione di qualche odioso privilegio riservato a pochi, la moneta esistente può soddisfare i bisogni primari di ogni individuo.

Ma la contraddizione consiste nel dover sempre elemosinare quanto necessario alla soddisfazione di questi bisogni, mentre ogni uomo ha invece pieno sacro ed inviolabile diritto di trarre, dalla terra in cui nasce, le risorse di cui necessita per sopravvivere.

Un'equa distribuzione del reddito per "diritto di cittadinanza" renderebbe il processo economico realmente efficiente, senza vincoli di natura fiscale; lo Stato potrebbe infatti trattenere a priori una -piccola!- parte della moneta stampata per il suo funzionamento, mentre la gran parte restante entrerebbe nel ciclo economico libera da qualsivoglia imposizione o balzello.

Inoltre, l'eventuale eccedenza di moneta, avrebbe la funzione di scoraggiare qualunque accumulo improduttivo di capitale: se il denaro è il sangue dell'organismo economico, occorre che fluisca senza ostacoli per il benessere di questo organismo.

Non è pensabile che la moneta, simbolo della merce, mantenga valore oltre ciò che rappresenta: se un euro è rappresentativo di un chilo di pere, marcite le pere deve marcire anche l'euro che le rappresentava. La scadenza della moneta, o la corrispondente inflazione, consentirebbe quindi di immettere sempre nuovo sangue nel ciclo economico, rendendo impossibile quel processo di impoverimento che nasce dal voler attribuire alla moneta valore "in sè", oltre la merce che rappresenta.

La gerarchia uomo-merce-moneta verrebbe quindi ristabilita; solo grazie alla sistematica distruzione di ogni valore spirituale è stata possibile quest'inversione, per cui l'"in sè" è oggi il denaro, che asserve ogni processo economico, che a sua volta asserve l'uomo, schiavo due volte di quest'odioso rovesciamento.

E' l'uomo la ragione per cui si innesca il processo economico, ed il processo economico è la sola ragione per cui viene stampata moneta, serva del servo dell'uomo: cos'aspettiamo a riprendercela?

Scrolliamoci finalmente di dosso questa follia monetarista, siamo noi i giganti, non certo i nanerottoli che si dimenano sulle nostre spalle!

venerdì 18 aprile 2008

EUTANASIA DELLA RAGIONE

J'accuse... no, io non accuso nessuno. Il mio stipendietto da impiegato non mi permetterebbe di star dietro alle inevitabili ritorsioni legali, alle lungaggini giudiziarie e burocratiche, alle parcelle degli avvocati.

Come si dice, tengo famiglia. Ma ciò non mi impedisce di provare uno sdegno pari, se non superiore, a quel che dovette compulsare il sentire di Emile Zola, mentre scriveva il suo celeberrimo "J'accuse!".

Perchè qui vi è ben più che l'"affaire Dreyfus", qui vi è qualcosa che sconfina oltre ogni miserabile, seppur comprensibile, sub-ragione dell'odio e della rivalsa. Qui vi è soltanto il nulla.

Sulla vicenda giudiziaria di Bruno Contrada non v'è da disquisire, tutto l'assurdo che pesa sul giudizio è agli atti; tutta l'illogicità delle accuse è palese nelle sue condizioni di vita, materiali, economiche.

Meno che mai sulla vicenda umana: laddove una giustizia falsamente garantista promuove le necessità esistenziali di qualsivoglia rubagalline, Bruno Contrada muore -innocente- in una prigione.

Qui l'orrore della vicenda è tutto nelle intenzioni di chi giudica e accusa, perchè ci pone di fronte all'evidenza di quel "1984" che ignari, mentre inseguivamo ideali di libertà e democrazia, abbiamo permesso che si avverasse.

E' l'orrore della follia che ci sgomenta, non certo la sofferenza, che certamente avrà un pareggio, tanto più luminoso quanto più oscuro ne fu l'inverarsi.

Jean Paul Sartre scrisse "L'enfer sont les autres". Io credo di no: io credo che gli altri, ovvero la reale esperienza di ciò che è altro da noi, come superamento della barriera e dell'ottusità dell'egoismo, siano il paradiso.

Per ciò stesso credo che l'inferno, semmai ve ne sia uno, siamo noi stessi: perchè di fronte al giudice dell'autocoscienza, l'unico in grado di comminare la pena che valga l'espiazione -la comprensione di ciò che si commette- il fuoco che avvamperebbe l'anima sia, quello sì, infernale.

Soltanto questo è "pentirsi": luminosa rinascita il cui concetto appartiene alla penna immortale di Alessandro Manzoni, e non certo allo scherno che ne abbiamo fatto, promuovendo gli infami a sì nobile rango.

E non voglio dire con questo che chi "infama" non sia necessario a una giustizia, spesso costretta a muoversi nelle vie strette e tortuose di pratiche, come si suol dire, poco ortodosse, se non addirittura inconfessabili.

Voglio dire che mai, prima d'oggi, un delatore fu chiamato pentito, e se il genio della lingua è l'espressione spirituale di un popolo, come siamo miseramente precipitati rispetto alla nobiltà dei nostri padri, che seppero elevare il loro sentire di fronte alle pagine imperiture della conversione dell'Innominato!

Perciò anch'io chiedo un'eutanasia, e non certo per Bruno Contrada, che mai l'accetterebbe, da fiero uomo qual'è.

Chiedo l'eutanasia per quel che resta del nostro ordinamento giuridico, perchè lo scempio della sua dissoluzione venga sottratto alla morbosa curiosità della folla.

E non sto certo agitando lo spettro della rivoluzione! Sono un non violento, niente mi turba come l'orrore della massa sanguinaria che scatena il suo più infimo istinto.

Chiedo soltanto che cessi l'accanimento terapeutico nei confronti di un sistema giuridico malamente disfacentesi, che dopo qualche minuto di raccoglimento se ne possano dignitosamente comporre i resti, e affidati questi che siano al silenzio della tomba, si proceda, stavolta sì, verso una conversione luminosa, un pentimento di quelli che facciano impallidire perfino il fulgore delle pagine manzoniane.

Signori giudici, staccate la spina, la misura è colma!

domenica 16 settembre 2007

Um outro mundo è possìvel?

Oltre l'accecamento del potere economico e materiale globalizzante, oltre la ferocia dell'egoismo, chiunque abbia, o abbia mai avuto la ventura di imbattersi nel proprio Destino, sia perchè provato dalle vicende dell'esistenza, sia perchè in cerca di un "quid" risolutivo rispetto alla visione sensibile dell'esistere, si sarà certamente chiesto se "un altro mondo" sia davvero possibile, e come si possa mai giungere ad esso.

E potremmo anzi affermare che questo "altro mondo" sia davvero l'ultima e più elevata speranza dell'uomo, se ci si riferisce ad esso con frasi fatte come "cose dell'altro mondo", quando si voglia alludere ad alcunchè di straordinario, possente, che trascenda l'esistere quotidiano.

Dunque, possibile o no che sia, l'altro mondo è comunque la meta: è ciò a cui sempre aneliamo oltre la pesantezza della quotidianità, oppure oltre una scienza incapace di svelare il mistero dell'Essere.

Ma la natura, la creazione che si squaderna di fronte ai sensi dell'uomo, rimane muta di fronte a questo mistero; anzi, non v'è davvero percezione esteriore che possa darci contezza dell'anelito che urge, nell'anima di chiunque possa elevare il proprio sentire oltre la necessità animale esteriore.

E in ciò troviamo la contraddizione e l'errore: cercando "l'altro mondo" in un mondo che non ci parla di esso, credendo di poter trovare fuori di noi qualcosa che palpita solo dentro la nostra anima. Se "il Regno dei Cieli" è dentro di noi, noi certamente non ce ne siamo mai accorti.

Ma la domanda è la risposta! E la risposta, che cerchiamo ottusamente fuori di noi, è invece la domanda, che ci giunge da ogni cosa esteriormente percepita: Uomo, conosci te stesso!

Così, scambiando domanda e risposta, perdiamo l'Io nell'ottuso egoismo e il Mondo nell'alterità della rappresentazione. Ma se giungiamo a scoprire che la natura è la Luce frantumata al limite della Tenebra, allora comprendiamo come l'Uomo sia un essere spirituale destinato a riportare allo Spirito la "gemma perduta": possiamo intendere come l'Uomo autocosciente sia l'Io, il senso ultimo di ogni entità percepita.

Se superando -non per nebuloso misticismo, ma per più profonda coscienza di sè- il limite dell'egoismo, l'uomo può divenire Io del mondo, accogliendo nella sua anima la richiesta del mondo che appare, allora l'Io diviene Mondo, e il Mondo ritorna ad essere Spirito.

Accogliendo, come in una silenziosa preghiera, l'anelito della natura alla resurrezione, l'uomo trova la propria resurrezione, e allora potrà dire che sì: un altro mondo è possibile!


§§§

"Il velo che adombra gli occhi dei mortali fu tolto.
IO VIDI!
e gli spiriti che governano gli elementi
mi riconobbero come loro Signore."

§§§

giovedì 26 luglio 2007

Pernacchie dallo spazio

Tutti sanno che dallo spazio piovono giù sulla terra le energie e gli oggetti più disparati; specie di questi tempi, in cui le recenti invenzioni, meraviglia e vanto del nostro secolo, ci hanno permesso di scrutare e conoscere il Cosmo come mai prima era stato possibile; e a ciò occorre ancora aggiungere -necessario olocausto sull'altare del progresso- che ci comincia a piovere addosso anche la ferraglia radioattiva che abbiamo sparato nei cieli, fiaccola (ahimè) dell'umana sete di sapere scagliata a rischiarare l'Universo.


Dunque piove di tutto, e se a qualcheduno venisse in mente di liberarsi del pattume che ormai ci soverchia mettendolo in orbita, tra qualche decennio magari ci pioverebbe addosso anche quello.
Ma nessuno penserebbe mai che dallo spazio possano giungere anche le pernacchie: sì proprio pernacchie, sonore e modulate, come quelle che ogni tanto si sentono per la strada, oppure a teatro.



Pernacchie dunque, e siccome lo scopo dell'articolo è chiaramente quello di dimostrare come dallo spazio possano giungere tali sonorità, so già che qualcuno dei miei lettori se la starà ridendo sotto i baffi pensando quali inverosimili argomentazioni dovrò escogitare per dimostrare questa sbullonata ipotesi.



Eccone dunque alcune: forse qualcuno ricorderà la "musica di Saturno" che i Telegiornali ci propinarono per un paio di giorni, molti anni fa, in occasione del passaggio vicino al pianeta di non so più quale sonda spaziale; allora stavano tutti con le orecchie tese e quasi vibranti, in preda ad un mistico fervore ed in trepido ascolto di cotanta celeste armonia; non c'era edizione dei vari TG che non la riproponesse, e mi stupisco di come non sia finita in qualche hit parade, forse perchè a nessuno è venuto in mente di farcene un disco.



Bene, quella musica, come però spiegarono dopo qualche edizione, era ricavata semplicemente modulando un segnale sonoro con l'intensità dei campi elettromagnetici, emessi appunto dal pianeta e rilevati dalla sonda. Campi che, essendo velocemente variabili, possono dar luogo, se modulano un segnale sonoro, ad un'impostura di melodia analoga a quelle che produceva il buon John Cage sovrapponendo pentagrammi alla carta del salumiere.



Così un paio di cervelloni della NASA si erano divertiti a fare un giochetto come quelli che si fanno quando si producono i fischi con la sintonia delle radioline, e i mass media, che in queste cose sono maestri, ci propinarono il giochetto come se fosse oro colato.



Adesso però non voglio criticare i mass media nè i cervelloni della NASA, voglio piuttosto porre attenzione a ciò che si evince dal fatto citato; e cioè che le percezioni che abbiamo, direttamente o per il tramite degli strumenti, meccanici o elettronici che siano, sono sempre il frutto di una mediazione, di un processo pensante operato sulla realtà percepita, che ce ne restituisce quel che ci sembra essere oggettivo ed invece è già rappresentato, e appare oggettivo perchè reso tale dal potere di verità del pensiero.



Pensiero che però non riconosce la priorità del suo ruolo rispetto al mondo da sè mediato e rappresentato, pensiero quindi alienato a sè stesso; pensiero che grazie al suo interno potere di verità rende reale l'oggetto rappresentato, ma fa di sè vuoto nominalismo; pensiero che, in sintesi, non sa di sè stesso.



Per cui alla resa dei conti risulta evidente che i supposti campi elettromagnetici di Saturno ce li rappresentiamo, e ce li possiamo rappresentare per il tramite dell'ago di uno strumento che ne indichi l'intensità, oppure modulando un suono. E ancora, per assurdo, modulando, in timbro e intensità, una pernacchia: una bella e sonora pernacchia come quelle dei film del grande Totò, che volentieri avrebbe prestato le labbra a tale esilarante ma istruttivo esperimento.



Per cui, se volgendo lo sguardo al cielo stellato, all'incommensurabile scenario che sovrasta ogni uomo, al luogo in cui nel profondo di sè ognuno sa che è celata l'origine ed il mistero della sua esistenza, crediamo di percepire soltanto campi elettromagnetici, raggi cosmici, sbomballamenti protonici, allora, moduliamoli con una pernacchia.



Moduliamo con tante belle pernacchie il tremolio delle stelle nelle notti d'estate, e tutto il Cosmo sarà un grande spernacchiare, che ci darà l'esatta misura di tutte le radiazioni, che ci indicherà in maniera sicura e con grande precisione l'abisso di insipienza e di dabbenaggine nel quale noi, uomini dell'era spaziale, che abbiamo conquistato -si fa per dire- la Luna, e non sappiamo niente del mistero della nostra coscienza, siamo caduti.

domenica 22 luglio 2007

Dottore io? Al più veterinario!

Molti anni fa (in Sicilia) ero solito far colazione in un baretto proprio vicino a dove lavoravo; i ragazzi del bar apostrofavano invariabilmente con "dottore" i colleghi in giacca e cravatta e con "ragioniere" tutti gli sfigati in jeans e polo.


Io, pur appartenendo alla seconda categoria, venivo premiato con il miglior epiteto, forse a causa della deferenza che diversi colleghi in giacca e cravatta mostravano verso di me (mai inimicarsi chi controlla il tuo computer!).

Bene, un giorno decisi di por fine a questo ignobile vezzo, tipico di noi meridionali, e risposi a tamburo battente "Io? Ma che dottore! Al massimo veterinario" ed indicando con lo sguardo i colleghi presenti "basta dare un'occhiata ai miei pazienti!".

Il ragazzo del bar, non capendo il senso ed il contesto, sferra una gomitata all'altro barista ed esclama: "Giuva', il dottore è veterinario, chiediamogli se s'intende di cavalle, potesse venire a visitare la nostra!".

Io, facendo occhiolino, e tra le risate neppure troppo sommesse dei colleghi, rispondo a tambur battente "mhh, sì, potrei, ma dipende molto dal... tipo di cavalla: com'è, com'è 'sta cavalla?".

Il poveretto continuava imperterrito a spiegarmi il problema della sua cavalla, e con uno sguardo a metà tra il risentito e l'interrogativo, distribuiva occhiatacce ai miei colleghi, che tra uno schizzo di crema e una sbrodolata di cappuccino, non smettevano di sbellicarsi dalle risate.

giovedì 21 giugno 2007

Ti faccio un disegnino?

A chi non è mai capitato di apostrofare in tal guisa un interlocutore inetto?

L'espressione può risultare perentoria e brutale, ma rende bene il concetto.

Perchè di questi tempi concetti se n'acchiappano pochi davvero, e allora forza coi disegnini, che nella povertà dello schematizzare rendono, seppur poveramente, quel che l'atrofizzato pensare non sa più cogliere nel suo movimento sorgivo.

Dappertutto nelle aziende, nelle scuole e persino nelle università, è ormai invalso l'uso e l'abuso di conferenze a base di cosiddette "slides": disegnini che sottraggono gli ascoltatori all'imbarazzo di un esercizio concettuale a cui non sono più, ahimè, avvezzi.

Alla luminosa musicalità della parola si preferisce l'immediatezza dell'immagine, alla complessità dell'articolato periodare la nudità dello schema.

Nell'era dei "fast food" abbiamo inventato il pensiero precotto, due minuti nel forno a microonde della scatola cranica ed è pronto per l'uso, senza necessità di elaborate cotture e digestioni difficili: precotto e predigerito.

Cibo per malati insomma; ed è davvero penoso dover constatare fino a che punto l'"homo tecnologicus" si sia spiritualmente impoverito: figlio di un dogmatico materialismo che concede pseudo-scienza ma nega libertà, libertà il cui ambito non può che essere spirituale, e di quel tenore spirituale che nella sana e profonda attività concettuale ha la sua prima espressione.

E persa che sia questa nobile arte, non potremo che tornare all'era dei graffiti: disegnini, tecnologici quanto si vuole, ma pur sempre, nella sostanza, primitivi.

Saranno forse disegnati anch'essi i prossimi "dieci comandamenti" a cui un'umanità non più libera dovrà sottomettersi? L'era del "grande fratello" è iniziata da un pezzo, di "disegnini" pubblicitari i muri e le strade sono già tappezzati, non resta che arrendersi all'evidenza!

Ma forse non sono stato chiaro: che, vi faccio un disegnino?

domenica 27 maggio 2007

Brutti, sporchi e cattivi

Ve lo ricordate il film di Ettore Scola? Suppongo di sì, anche se ormai è vecchio di oltre un quarto di secolo.

Ma anche se ve ne siete dimenticati, o se non l'avete mai visto -ed è un peccato perchè è un bel film-, avete perso poco; perchè l'occasione di vederne -e di biasimarne- giorno per giorno, non ci manca di certo.

Soprattutto in tv ce ne fanno vedere, e spesso di colore, quasi sempre del sud.

Non ne vediamo certo che hanno studiato a Oxford e lavorano nella City, quelli no, sono biondissimi, e di certo hanno fatto la doccia al massimo da qualche ora.

Cos'è, populismo? Forse un po', forse è anche questo; ma è la realtà.

Sono proprio così quelli che ci fanno vedere, brutti sporchi e cattivi; e quando gli si toglie la terra, la libertà, quando gli si bombardano le case, sanno reagire solo rozzamente, da incivili quali certamente sono; perchè ha ragione anche la Fallaci, perlomeno un po' ne ha; diciamocelo: siamo meglio noi.

Noi che sappiamo reagire razionalmente, che sappiamo fare la guerra come si deve, coi missili e le bombe intelligenti, altro che intifada.

Certo ogni tanto ci scappa un missile su un'ambasciata, un paio di bombe su un deposito della Croce Rossa, ma è quel tanto di entropia -l'eccezione conferma la regola- che serve a giustificare la nostra superiorità.

Quegli altri no, al massimo si fanno esplodere in mezzo alla gente -missili non ne hanno-, muoiono sporcando, come hanno vissuto; un braccio qua, la testa che rotola, sangue spiaccicato sul muro.

Altro che i nostri proiettili all'uranio impoverito! Con le radiazioni ammazzano pure i microbi: è il massimo dell'igiene.

Come si fa a fare paragoni con le nostre guerre, coi nostri eroi? E' quasi offensivo, anche se non so bene in che senso.

E d'altronde un non violento come me, potrebbe mai giustificarli? Si può anche aver ragione, ma la violenza è violenza comunque; Gandhi liberò un continente digiunando, forse lui era meglio di tutti.

Però, se non ce la sentiamo di condividere la loro rabbia, forse possiamo condividere il loro dolore: da noi cercavano la civiltà, li abbiamo sempre presi a cannonate; così, tanto per gradire.

Forse possiamo condividere il loro dolore, se -per assurdo- cerchiamo di immaginare come saremmo potuti essere noi stessi senza denaro, senza cultura, senza sapone.

E allora si può comprendere tutto, l'insofferenza e perfino la rabbia cieca; non dico giustificare, ma condividere, condividere il loro dolore.

E chi sa condividere, non si fa buggerare dai telegiornali; è facile far passare per cattivo un disperato che strepita e ammazza; nessuno si chiede chi lo ha ridotto così.

Perchè è facile essere cattivi se si è brutti e sporchi; sarebbe strano scoprire la cattiveria in un bello e pulito, ma allora ci vuole cervello, e non è da tutti.

Quindi mi chiedo, per concludere, se sia nata prima la bruttezza, la sporcizia o la cattiveria. Perchè le tre cose forse non si possono mischiare: in sintesi, la cattiveria è l'ovvia conseguenza delle prime due, non viceversa. Ciò agli occhi del mondo.

E io che non voglio vedere con gli occhi del mondo, ma coi miei soli, non mi lascio impressionare: dietro la bruttezza e la sporcizia vedo più spesso rifiuto e disperazione, che non cattiveria.

Per questo mi sforzo -e qui la ragione deve farsi sentimento- di andare oltre il buon senso, di condividere il loro dolore.

Sagra del popone diaccio marmato (cfr. Feste e sagre, Sardelli, il Vernacoliere)

Quante ce n'è al mondo? E quanto sollecitano di serenità e buonumore, o di elevati sentimenti, o d'amor proprio o patriottico orgoglio! Ci sono le sagre dello spassoso Sardelli e ci sono le grandi ricorrenze nazionali, ci sono poi i tristi anniversari del ricordo dell'umana ferocia, e chi più ne ha più ne metta.

Ci sono feste importanti e sagre paesane; ogni anno c'è anche la festa del papà! Io che sono felicemente coniugato e con prole, tremo ogni anno al pensiero di dover ricevere auguri e affetto non per quel che sono, cioè me stesso, ma in quanto papà.

Insomma, per dirla in breve, complimenti al cazzo. A me però piace poco.

Perchè al di là di ogni fisiologia saremmo soprattutto individui, e invece ci autocelebriamo per quel che non siamo, per qualche accidente di particolarità che non ci riguarda, se non nella sfera animale, e non è certo l'essenziale di noi.

Quale potrebbe essere, allora, la festa dell'io? Forse, per assonanza, la romanissima "festa de noantri"? Neppure, perchè non si tratta di un "noantri" in quanto individui, ma solo in quanto romani, e per ciò stesso, disindividuati a favore di una collettività che deve, è vero, esistere e perciò celebrarsi, ma mai a discapito del vero soggetto della collettività, l'umano individuo.

Ogni popolo ed ogni età ha avuto le sue feste e i suoi riti. Millenni or sono se ne celebrava una molto particolare; era la festa del "Sol invictus", e ricorreva per il solstizio d'inverno; a causa della precessione degli equinozi cadeva pressappoco nella data in cui oggi celebriamo il Natale.

Si dice che fosse la festa che celebrava la rinascita delle forze primaverili; dal momento del solstizio d'inverno, infatti, il sole ricomincia ad allungare il suo corso, preparando con ciò la nuova fioritura e la bella stagione.

In realtà v'era un motivo più segreto e recondito; i sacerdoti dell'antico Egitto celebravano un'antica e segreta esperienza dell'individualità, proprio nel momento in cui il sole pareva ritirarsi nelle profondità della notte, o della notte dell'anno, cioè nel solstizio d'inverno.

Proprio allora sperimentavano il "sole di mezzanotte", in ciò contemplando mistericamente quel che millenni più tardi sarebbe apparso come potere d'individuazione dell'uomo: autocoscienza.

In sintesi era la festa dell'Io. E curiosamente corrisponderebbe alla nostra festa di Natale, se ancora avessimo contezza della sua origine.
Ma siamo troppo occupati a celebrare e rivestire di significati ogni inessenzialità, piuttosto che volgere l'attenzione a ciò che veramente ci rende uomini, e non maschi o femmine o chissà cos'altro: la possibilità di dire io a noi stessi.

L'età dell'oro

La visione panoramica dell'insieme delle vicende storiche, susseguentisi attraverso le varie età, puntualmente ci rimanda ad un'età favolosa, detta età dell'oro, di cui non si ha notizia, se non attraverso il mito e la leggenda, e che perciò puntualmente viene collocata in un remotissimo passato, o in un nebuloso avvenire, così lontani da segnare in certo qual modo i limiti, i confini della storia stessa, e che meglio di ogni altro mito rende l'eterna aspirazione dell'uomo al regno della perfetta felicità.

Condizione necessaria acciocchè l'età suddetta sia veramente l'età dell'oro, è dunque che non sia la nostra, quella in cui viviamo, che sia anzi il più possibile temporalmente lontana dagli angusti limiti di un'incarnazione umana, la nostra: Solo così l'età dell'oro può divenire rappresentativa della somma delle nostre aspirazioni.

Lontana, dunque desiderata; e se collocata (come ogni mito che si rispetti) addirittura ai confini del tempo, l'età dell'oro diviene per noi sinonimo di paradiso, perduto o agognato a seconda della sua collocazione temporale, ma in ogni caso posto nel punto all'infinito di quel sentiero che è il tempo, onde si faccia archetipo esteriore ed oggettivo di ciò che sostanzia l'interiorita' umana; il desiderio, che in sè segretamente sa di non poter conoscere appagamento nella successione temporale degli eventi.

Età dell'oro, ma soprattutto età di loro, di quelli che la vivranno o l'hanno vissuta, gli altri, che se fosse la nostra età non potrebbe essere l'età dell'oro; ci troveremmo smarriti di fronte alla possibilità che venga esaudito ed esaurito l'infinito desiderare dell'anima; e dunque si smorzerebbe in noi la scintilla stessa che ci tiene desti, il desiderio dell'oggetto, che non è mai veramente desiderio dell'oggetto, perchè appena che l'oggetto sia posseduto, il desiderio trapassa in qualcosa d'altro, un nuovo irraggiungibile oggetto che ci consenta di non sapere che in realtà non è quello l'oggetto che desideriamo, che in realtà non vogliamo sapere che cosa sia il desiderio, e perciò lo identifichiamo in ciò che riteniamo irraggiungibile, che se fosse raggiungibile, il giuoco del desiderio nell'anima diverrebbe palese, e questo noi non vogliamo, perchè lo temiamo.

Supponiamo dunque che possa esistere un malcapitato che abbia la ventura di trovarsi improvvisamente nel bel mezzo dell'età dell'oro: rapidamente esaurite le brame più pressanti, si troverebbe innanzi ad un vuoto in cui il desiderare, non trovando più alcun oggetto come motivo di brama, inizierebbe a richiudersi in sè stesso vorticando paurosamente, ed alla fine annientandosi nell'infinito vuoto del non desiderio, nell'esaurimento di ogni ingannevole apparire. Onde il malcapitato, svuotato di tutto l'ingannevole desiderare, si troverebbe di fronte allo specchio terso di una coscienza nella quale l'apparire del mondo dei sensi (leggi desiderare) è svelato.

Ed è per questo che l'età dell'oro viene collocata così lontano dalla nostra attuale; inconsciamente la rimandiamo sempre ai confini del tempo; come lo scolaro che non vuole fare i compiti, e rimanda l'evento che lo atterisce oltre l'infinità del pomeriggio, ma al tempo stesso lo agogna come il momento (bramato e temuto) della sua liberazione; liberazione che non può non passare attraverso un autoannientamento della memoria del passato, cioè di quel che crediamo essere il nostro io, e invece ci limita nella prigione del desiderio.

Così desideriamo l'età dell'oro, ma non subito; la collochiamo lontano, alla fine del tempo, in un luogo intemporale che non possiamo raggiungere, per non dover rinunciare a ciò che contingentemente siamo.

E invece l'età dell'oro scorre da sempre in una dimensione parallela alla nostra, ma non visibile, in un tempo che è sempre quello attuale, anzi è e non è mai; in quanto superamento della coscienza del desiderio, quindi superamento della visione del tempo come succedersi di eventi futuri verso cui proiettare una soddisfazione che invero non si potrà mai ottenere.

E continuiamo a sognare l'età dell'oro, come quel santo cristiano che pregava dicendo: Signore Iddio, liberami dal desiderio del peccato; ma per favore, non subito!

martedì 8 maggio 2007

Piove!

Difficile dire se piove, un istante prima che cominci a piovere; certo non quando splende il sole e ogni cellula del nostro corpo è immersa in questo calore dorato, abbagliante; allora no, non piove. Ma quando il cielo è nuvoloso, plumbeo, e l'umidità comincia a farsi sentire, quando crediamo, di tanto in tanto, di avvertire una gocciolina sulla fronte, e allora istintivamente stendiamo la mano quasi a volerci rassicurare che piova, perchè se almeno piovesse, avremmo una ragione per cercare un portone, un rifugio, per aprire l'ombrello; e invece no, la mano non si bagna, non piove; però potrebbe piovere.

E allora piove, o non piove? Pioverà, pioviggina, c'è aria di pioggia; ma non piove, o meglio, piove e non piove, e non sappiamo, in questo limbo meteorologico in cui nostro malgrado siamo capitati, dire che tempo fa, dove conviene affrettarsi, come barcamenarsi.

Si assiste, osservando la gente, agli spettacoli più curiosi, alle più inaudite prese di posizione: tra un attimo diluvia, dice qualcuno; non può assolutamente piovere, le nuvole sono rotte, risponde un altro; insomma, di fronte all'indefinito, all'evanescente, all'imprevedibile, la gente ha paura. E allora è pronta a giurare e spergiurare che qualcosa certamente accadrà, non importa se la grande siccità o il diluvio universale, basta che si esca da questo limbo dell'incertezza, dell'ambiguità, che ci si possa liberare dall'incubo, dall'ossessione del piove e non piove.

E invece io passeggio tra la folla che si affretta, che si affanna, che disputa; ripetendomi mentalmente: piove e non piove; gustando intimamente questi meravigliosi momenti di transizione che precedono l'evento, qualunque forma esso possa assumere. Insomma non il fatto, ma il farsi, non l'evento ma la sua causa, non la nota musicale ma il silenzio che la precede, che le è preludio. Piove e non piove: di fronte a questo pensiero vacilla l'universo di nitide certezze che l'uomo moderno, incivile e brutale nella sua scienza, si è costruito. Piove e non piove: e mentre dalla notte del divenire scaturisce l'evento, mentre le prime gocce di pioggia disperdono la folla chiassosa, so che la pioggia, solo io l'ho sentita arrivare, perche' ho potuto coglierla nel suo farsi, quando ancora poteva non essere, quando ancora poteva splendere il sole.

E adesso che piove, tutti sono felici e bagnati, perchè il futuro è diventato presente, e il presente è l'ineluttabile, ciò a cui non ci si può opporre; è un fatto, e il fatto lo si accetta com'è; può essere doloroso, ma non può fare paura. Mentre il futuro, il futuro è imprevedibile, è la libertà dell'uomo, e la libertà genera ansia e terrore se non si ha il coraggio di accoglierla, se non si ha il coraggio di figgere lo sguardo interiore sulla tenebra del divenire dell'uomo.