giovedì 19 giugno 2014

Hanno ammazzato Pablo

Viene finalmente ripubblicato il lavoro più importante di Adriano Olivetti "L'ordine politico delle Comunità": finalmente si può comprare e leggere.

Non che la cosa mi riguardi direttamente, visto che possiedo, ben rilegata in cuoio e praticamente intonsa, l'edizione del 1946 reperita presso un libraio antiquario, a caro prezzo ma valeva la pena.

Mi sorprende però il nuovo frontespizio, il vecchio recitava a tutte maiuscole l'importante sottotitolo: "Dello Stato secondo le leggi dello Spirito". Qui è sparito, sarà stata una svista?

Dal sito di "Edizioni di Comunità" scarico il PDF dell'anteprima, si può leggere fino all'introduzione: l'indice coincide, perlomeno la fine e l'inizio. Cerco "spirito" e non lo trovo, è sparito lo Spirito dal frontespizio. Non ve n'è cenno nell'introduzione, che avrebbe certo dovuto giustificare il rimaneggiamento rispetto all'edizione originale del '46; che a questo punto mi tengo ben stretta.

E mi chiedo, che comunità è mai la nostra, dove non è neppure il caso di citare lo Spirito in un sottotitolo?

Segno dei tempi? Liquefazione neuronale di massa? Incondizionato ossequio ad un implicito "diktat" che ci obbliga a far sparire l'impulso spirituale cristiano, che ha formato l'Europa, dalla cultura di un'accozzaglia di nazioni che si vorrebbe solo finanziariamente, e mai spiritualmente, unite?

Il cristianesimo di Adriano Olivetti, lungi da qualunque contaminazione dogmatica e clericale, potè irradiare luminosamente nei suoi scritti e nella sua opera d'imprenditore. E certamente permane tra le pagine della nuova edizione, purchè non sul frontespizio: qualcuno dice che nel 1960 in realtà fu assassinato -niente di strano per chi comprenda la Storia- oggi viene "assassinato" il frontespizio del suo più importante scritto.

E' proprio il caso di ripetere con De Gregori "hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo!"

sabato 24 maggio 2014

Pane al pane!

L'Europa del meretricio finalmente svela il suo volto, da oggi la prostituzione e la droga saranno parte integrante del PIL; la ricchezza nazionale e la conseguente capacità di produrre (sic!) debito saranno calcolati anche (e direi soprattutto) in base al libertinaggio spregiudicato a cui si vorrebbe condurre ciò che resta della vecchia Europa: Qui il misfatto

Come tornano alla mente, ormai quasi profetici, i versi di De Andrè nel suo "Testamento"!

"ai protettori delle battone
lascio un impiego da ragioniere
perché provetti nel loro mestiere
rendano edotta la popolazione
ad ogni fine di settimana
sopra la rendita di una puttana"

I "ragionieri" di Bruxelles ci renderanno quindi edotti di ogni rendita, ma è solo per il nostro bene, pardon! per il nostro PIL. D'altronde sono o non sono i "protettori" dell'Euro?

giovedì 1 maggio 2014

Nudi alla meta!

Lo Spirito è sempre il cammino, mai la meta.

E invece si bussa alle porte dello Spirito nella speranza di un risultato, di un conseguimento da ottenere e custodire, da difendere con cura.

Ottenuto, quale che sia, un purchè minimo e parziale risultato, lo sentiamo appartenere a noi stessi e lo proteggiamo, come fosse la misura del nostro valore.

Di più! Conformiamo tutto il cammino a misura di noi stessi, del conseguimento ottenuto, di quel che già siamo; e quanta dialettica profusa ad avvalorare questa falsa, costruita immagine, che ci difenda dal prorompere dello Spirito!

Ci si scava una trincea di ricordi per non rischiare di doversi trovare, faccia a faccia, con l'ignoto che urge ai confini della coscienza.

Finchè un destino propizio, un radicale dolore, un impulso più profondo e autentico, non ci pongano inesorabilmente di fronte all'abisso, perchè si possa contemplare la vacuità e l'orrore di tutto quel che abbiamo perseguito e voluto "per noi stessi".

Dorian Gray aveva il suo ritratto, noi abbiamo questa coscienza.

L'esperienza dura a lungo, perchè ogni atomo del nostro passato dev'essere purificato sull'olocausto della conoscenza di sè. L'isola di ricordi che continuamente si sgretola e non ci sorregge è la trasformazione del doppio, su cui ottusamente poggiamo per non essere travolti dall'Abisso.

E in questo sgretolarsi del senso di sè basato sui ricordi, ci si ritrova come un seme marcio sprofondato nella terra: non v'è più nulla da gustare del vecchio frutto e niente ancora da ammirare della nuova pianta.

Ma si comincia a comprendere che tutto quello che si trasforma e ci abbandona è esattamente quel che ostacolava la purezza di una visione ulteriore: si affaccia come un'aurora alle porte dell'Anima, l'orrore del vuoto risuona di un'essenza che il nostro attaccamento a noi stessi ci impediva di percepire.

E' questa la meta? Proprio per nulla! Si deve ripetere altre tre volte, prima che ci si possa veramente donare e meritare di poter ricominciare tutto daccapo.

Ed è più difficile ogni ulteriore volta, perchè ogni volta la trasformazione tocca zone più profonde dell'essere: lunga è l'Arte e breve la vita.

Ma ogni volta, tutte le volte, il segreto ineffabile della vittoria è sempre lo stesso:

"nell'ora della battaglia, sia il pensiero di una donna a consolarti".

 


martedì 29 aprile 2014

Libertà vo cercando

"Libertà va cercando, che sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta."

Certo se ci si dovesse suicidare per la libertà politica, assai più che al tempo di Catone l'uticense ne avremmo oggi, altro che lemming!

Per fortuna no; però uno si chiede dov'è la libertà, chi mai la rappresenti, non dico per l'urna, magari solo per un sorriso di speranza.

Molti anni fa, ai tempi di "mani pulite", discutendo con un amico (colto, intelligente, ma irrimediabilmente imprigionato nella logica primitiva del dovere kantiano) mi lasciai sfuggire "meglio un ladro per sè che un ladro per la causa".

Apriti Cielo! Non comprese: e giù a spiegare che un ladro per se stesso manifesta individualità, quindi umanità, ruba ma sa di essere ladro, e in ciò si affaccia, sia pure attraverso l'errore, la scintilla dell'autocoscienza.

Un ladro per la causa no, trova la verità fuori di sè, rispetta, fuori di sè, la legge, la legge della causa a cui si è votato: è gregario di un'ideologia, ed a quei tempi di gregari (e Greganti) ce ne furono eccome, tutti scusati in nome della trascendenza della verità, il massimo male umano.

Oggi mi trovavo a discutere con un amico (colto? Coltissimo, "spiritualmente" impegnato, non si sa bene per chi e per dove, forse un po' alla 'ndo cojo cojo) e manifestava speranza per questo populismo emergente che pare stravincere.

Per carità, nulla da eccepire sulle intenzioni; forse vissute come slogan a cui aderire sentimentalmente, certamente desideroso di omologazione al nuovo "politically correct" che ormai passa anche per la contro-informazione, ma subito, inevitabilmente si veste da "legge morale", e tanto più nitida e limpida quanto più giacobina.

Io no, non mi suiciderò di certo per questo, ma preferisco la libertà:

Preferisco la libertà che non si possa omologare a un'ideologia, quale che sia; che nasce da un impulso sociale che non cerca nella legge la propria giustificazione, perchè la trova in sè, nell'amore per l'azione.

Quindi nuova per il mondo, che ancora non la conosce, perchè non conosce l'Io che non ha dei nè leggi nè patrie a cui genuflettersi, ma sottomette ogni agire alla propria responsabilità, perciò libertà.

Preferisco la libertà che fa paura, perchè conduce oltre il già pensato, oltre ciò che, fissato in canoni e dogmi, cristallizzato nella sua esteriorità, riteniamo reale, e per questo ci opprime.

L'uomo libero non trova, fuori di sè, una realtà precostituita, perchè percepisce la verità là dove nasce, nel momento dell'intuizione sorgiva. E per questo interiore, e se accondiscende al già fatto, ogni volta lo ricrea, perchè è capace di ripensarlo dal fondamento.

Forse qualcuno dei miei quattro lettori si chiederà, a questo punto, come voterà l'uomo libero: difficile a dirsi, sapendo com'è capace di trovare il buono in ogni cosa, magari si commuove e vota per tutti.


martedì 8 aprile 2014

Sacerrima

Non si usa, in italiano, il superlativo assoluto di sacro, se non in contesto letterario. Esiste, è vero, "sacerrimo", ma il termine è arcaico. Per non parlare poi di "sacrissimo", che suona perfino male.

Insomma, non parliamo mai di ciò che è più sacro.

In latino invece l'ablativo "sacerrima" esprime sinteticamente, e mirabilmente, tutto il concetto: delle cose più sacre, di ciò che è più sacro.

Non si parla quasi mai di ciò che è sacro, figurarsi se addirittura si suole disquisire su ciò che è in assoluto "più sacro": qui però, vogliamo parlarne.

Chiunque voglia gettare uno sguardo sui misteri dell'esistenza sente, più o meno oscuramente -aldilà delle risposte della scienza, buone a spiegare tutto e non comprendere nulla, o delle risposte della religione, invariabilmente legate ad una intimità spirituale che però non si fa strada tra i misteri dell'universo- l'enigma centrale, posto e miseramente irrisolto, della coscienza che, contemplando il mistero dell'essere, pone contestualmente se stessa di fronte al mistero del nulla.

E se giungesse a poter meditare con la necessaria profondità quest'immediato assoluto, evidente a chiunque sia dotato di pensiero logico, dovrebbe arretrare impaurita di fronte alla superumana vastità di ciò che sempre si squaderna allo sguardo dell'uomo nell'abissalità della notte, nella profondità del cielo stellato, in ciò da cui continuamente distogliamo lo sguardo interiore.

Insomma, si giunge presto a una "soglia" che è l'esaurimento di ogni categoria dell'essere o "particulare", si arretra impauriti, se si è capaci di profondo pensare, di fronte al vero abisso dell'esistenza.

Ma -come afferma Goethe- consideriamo che "se l'occhio non fosse d'essenza solare, mai il Sole potrebbe mirare"; così di fronte all'Eternità, il pensare dell'uomo deve riconoscersi della stessa archetipica origine, ove minimamente possa giungere a contemplarne il Mistero!

Riconosciamo, in sintesi, che nella contemplazione del pensare si produce un'attività che è al contempo perfettamente libera e in sè perfettamente compiuta.

Inevitabile il riferimento filosofico all'"idea in sè e per sè" di Hegel; in cui però si pone la possibilità dell'esperienza autonoma aldilà delle categorie dell'essere, ovvero indipendentemente dal percepito.

Questa via interiore, che è logicamente possibile percorrere, e non necessita se non dell'autonomia del pensiero logico condotto fino alle sue ultime istanze, è la via indicata nella "Filosofia della Libertà" di Rudolf Steiner.

Questa via interiore fu ripercorsa e riproposta da Massimo Scaligero, e riformulata nel suo "Trattato del Pensiero Vivente".

E' la via interiore a cui ci riferiamo, senza per questo escludere il più vasto portato spirituale noto come "Antroposofia", proposto dallo stesso Rudolf Steiner nel secolo scorso per quegli uomini, e ancora oggi è la gran maggioranza, che ancora non avessero, in sè compiuto, l'anelito il coraggio e la comprensione verso l'immediato assoluto, o abisso dell'esistere, di cui qui è questione.

Verso quest'abisso deve inoltrarsi chiunque voglia gettare luce non effimera sull'enigma della sua esistenza, in quest'abisso si incontra la sorgente della nostra origine: Amore cosmico che si fa Amore umano, da quest'abisso si torna alla vita come esseri liberi.

Rudolf Steiner ne testimonia dicendo "passeranno il Cielo e la Terra, ma non passerà mai l'Amore che li ha congiunti nel cuore dell'uomo", Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente afferma "chi cerchi le radici viventi del pensiero trova il Divino, la via vera della meditazione, o della preghiera".

Volgendo lo sguardo interiore verso l'Eternità che sottende quest'abisso dell'esistenza, scoprendone l'indissolubile connubio con l'Amore Creatore, riconoscendone il valore sacerrimo, iscriviamo nel destino del Mondo:

Non esiste vero amore che non sia eterno, non esiste Eternità che non sia intessuta d'Amore.

"Nessuno ha mai visto il Padre. Il Figlio unigenito che è nel suo seno, Egli stesso ce l'ha fatto conoscere"

domenica 2 febbraio 2014

Luce manichea

Tempi beati, quelli del liceo; l'estate cominciava con la lettura del tabellone dei promossi e bocciati. E che estate!

Che trepida attesa, e che urla di gioia, davanti a quel tabellone! Ognuno pregustava l'inizio delle vacanze e l'immancabile premio che avrebbe ricevuto; chi il motorino, chi la chitarra elettrica.

A me quell'anno sarebbe toccata in sorte la "Storia della Letteratura Italiana" in nove volumi del Sapegno, con cui l'originalissimo genitore aveva deciso di premiare il mio sforzo annuale: ahimè, Manzoni preferivo leggerlo piuttostochè farmelo raccontare dal Sapegno, ma non c'era verso; Sapegno doveva essere e Sapegno fu.

Davanti al tabellone però, ancora nulla sapevo delle gratificazioni che mi attendevano, così strillavo e mi dimenavo, proprio come ogni liceale appena promosso che Dio mandi in terra.

E poichè sotto il succitato tabellone, di queste strane creature se n'erano radunate almeno un centinaio, potete immaginarvi che gaio cicaleggio si producesse nell'androne del Liceo, e poi per tutta la piazza.

Facevamo a gara con le rondini; forse eravamo rondini noi stessi sotto quel cielo, in quella luce azzurra che pareva infinita.

Lontano, non vista, una figurina s'allontanava da quella gioia; come un'ombra, quasi un punto di buio:

Capita, a volte, di ferirsi accidentalmente; capita per esempio di tagliarsi un dito.

E capita di osservare, curiosamente dilatati nel tempo, quei primi momenti in cui la ferita non sanguina e non fa male. E pur sapendo che farà male e sanguinerà, restiamo lì, quasi sbalorditi, ad osservare la fenditura, come se si potesse tornare indietro di pochi istanti e rimediare all'errore.

Così, quasi sbalordito, fissavo il tabellone: il mio più caro amico era stato bocciato. Nella gioia del mio risultato non avevo badato a lui e adesso s'allontanava, discretamente, come si conviene.

Quasi sbalordito fissavo quel taglio nell'anima, troppo profondo per poter sanguinare subito, troppo intenso e profondo per divenire subito cosciente nell'anima fresca di un adolescente.

Così tramontava il tempo della mia inconsapevole gioia, mano a mano che l'ombra sorgeva dal profondo, a reclamare la fratellanza con quella luce meravigliosa.

Mi sentivo debitore, io promosso, verso quelli che, bocciati, facevano sì che la promozione esistesse, ci fosse.

Sentivo come la rigogliosa spiga di grano sia debitrice al seme marcito sotto la pietra, più che allo stesso che l'ha generata. Il frutto succoso al fiore reciso, la vita alla morte!

"Noi eravamo uno, è per voi che ci siamo separati!"

Qualche decennio addietro, una sagace amica mi rimbrottava al riguardo di un'esperienza dell'ultramondo; sagace sì, tanto da giudicarla veritiera, ma non fino al punto da coglierne l'essenza: "Tu segui una via di tenebra, ma almeno fai qualcosa, questi qui invece non fanno nulla!".

Dov'è la luce, e dov'è mai la tenebra?

"Ma io mi volgo da un'altra parte
 oh, ammantata nel silenzio,
 oh santa, indecifrabile notte!" Novalis, Inni alla notte 

martedì 9 aprile 2013

Dignità e moneta

Prendo spunto da un lucidissimo articolo di Davide Giacalone qui, che ci ricorda come, negli anni più bui della nostra storia dal dopoguerra, la dignità del popolo italiano sia stata svenduta alla concupiscenza di burattinai che, d'oltralpe, manovrarono pochi, ma determinati, ingenui.

Non Gerardo Chiaromonte, comunista più vicino alla tensione morale di Enrico Berlinguer che all'oscurità di quei complotti, che ancora sussistono.

E' però illuminante ricordare come, allato alla distruzione della parte sana della nostra politica, venisse perpetrato l'attacco al cuore del sistema economico italiano:

Col decreto legislativo n.385 1993 (governo Ciampi) veniva abrogata la legge Beneduce, che aveva, fino ad allora, ben definito il ruolo della Finanza nell'economia del nostro paese e preservato le banche dal malaffare.

Che rapporto intravvedere tra l'inizio della distruzione del nostro benessere economico e la svendita della dignità politica?

Senza dubbio inquietante, quali che siano i podromi oscuri di quelle vicende: la coincidenza temporale è inequivocabile.

Un popolo può mantenere il benessere economico solo preservando la sua dignità; la prostituzione è sempre, a un tempo, morale, e di necessità, economica.

sabato 9 febbraio 2013

MUOStruoso!

Il tam tam emozional-complottista che stagionalmente imperversa sui social network (forse in concomitanza del festival di Sanremo, sarebbe da approfondire) mi spinge ad occuparmi del MUOS di Niscemi.

E lo faccio subito volentieri, l'argomento si presta.

Anzitutto perchè non ho letto uno straccio di parere sull'opportunità (sarebbe ora?) di de-secretare certi "impegni", firmati alla resa di Cassibile.

Già, abbiamo perso una guerra, ve n'eravate accorti? Altrimenti perchè avremmo le basi USA in Italia? Niente armistizio niente MUOS.

Poi per tutta la serie di sciocchezze che, a proposito dei rischi da esposizione EM, sono state propinate al pubblico.

Per lo più ci si riferisce allo studio di Zucchetti e Coraddu, reperibile in rete e che mi son preso la briga di leggere qui: mamma li turchi!

Lo studio suddetto si rifà, viceversa, a quello di Zanforlin e Levrieri; sembrerebbe più serio ma non risulta disponibile.

Zanforlin peraltro me lo ricordo bene, da lui ebbi la ventura di farmi scarabocchiare una riga sul libretto universitario, in tempi talmente lontani che mi sembrano un'altra vita. Di certo, a proposito di campi elettromagnetici, a quel tempo avevamo le stesse idee, altrimenti mi bocciava.

Lo studio di Zucchetti brilla per la poca conoscenza della materia del contendere, stancamente si riferisce di continuo alla mancanza, nel lavoro di Zanforlin, del "diagramma polare" delle antenne paraboliche in banda Ka: figlietto bello, ti scrivono che si tratta di parabole da 18,4 metri con 71,4 decibel di guadagno; secondo te come può essere il diagramma polare, a forma di cinesino che ti fa le boccacce?

In sintesi si tratterebbe di 1600 watt di potenza irradiata (ma Zanforlin pare riporti 138), tralasciando le considerazioni sul "campo vicino", che nel caso in questione sembrano davvero pretestuose, se l'antenna guadagna circa 72 decibel su un lobo di circa un decimo di grado, da qualche altra parte deve pur perdere, no? O è come il marketing multilivello che ci guadagnano tutti?

In realtà, per un'installazione di quel genere, dietro o a fianco l'antenna la radiazione è forse perfino difficilmente misurabile. Per fare un confronto, i radioamatori, con potenze paragonabili e rapporti fronte/retro e fronte/lato di 20db al massimo, fanno perfino di peggio.

Il nostro Zucchetti, per calcolare il limite per gli effetti acuti, usa il guadagno dell'antenna; è come se per calcolare il rischio di slogarsi un polso sparando con una P38, si tenesse conto dell'energia di impatto del proiettile!

Ma il meglio lo leggiamo a proposito del trasmettitore LF, quello per chiacchierare coi sommergibili "La potenza di picco del trasmettitore VERDIN può variare infatti da 500 a 2000 KW. Valori estremamente elevati..."

In realtà a quelle frequenze si usano potenze estremamente elevate solo perchè, data la piccola dimensione delle antenne rispetto alla lunghezza d'onda, la maggior parte della potenza non viene irradiata ma va a scaldare il terreno (è metaforico, non vi cuoce un campo di broccoli).

Due conti a spanne, per un'antenna alta centocinquanta metri (Zucchetti parla di antenna radiatore verticale) che deve irradiare a 43 kHz, mi hanno dato una resistenza di radiazione di 0,23 Ohm. In pratica, senza andare troppo in là con le formule, la potenza effettivamente irradiata (ERP) è circa lo 0,5% di quella fornita. i megawatt diventano kilowatt e i kilowatt diventano watt. Questo le emittenti broadcast in onde lunghe lo sanno bene, lo sanno anche i radioamatori, solo Zucchetti non lo sa.

Insomma, tanto rumore per nulla; nulla più di quanto non si trovi già dappertutto nel nostro inquinato pianeta. Sarà che ci ho fatto il callo da piccolo: a quindici anni, sotto l'antenna OC del trasmettitore RAI di Caltanissetta (il più potente d'Italia), ascoltavo il "giornale radio" avvicinando una moneta da dieci lire all'orecchio: la sottile pellicola di ossido della lega faceva da semiconduttore, una densità di campo EM, tosta da spettinare un istrice, faceva il resto.

Per fortuna, ho letto, adesso ci sono le mamme anti-MUOS, curiosamente non ho letto di antifascisti, anche perchè gli antifascisti sono quelli che ce lo stanno impiantando, il MUOS. In certi casi non si sa neppure da che parte schierarsi!


sabato 22 dicembre 2012

La pervicacia dell'idiozia

La nostra classe politica è capace di stupire in negativo anche esalando l'ultimo respiro. Dal moribondo, in genere, ci si attende un ultimo pensiero elevato, spirituale, sintetico dell'estratto di una vita che si appressa al suo compimento.

Il nostro parlamento, nel suo ultimo giorno, ci regala una Tobin Tax che punisce il cassettista e salva il trading ad alta frequenza. Qui una sintesi del misfatto: Tobin tax

Che altro dire? L'orrore di questa democrazia, cancerosa e cancerogena, è pari solo alla protervia con cui il suo grigio garante ne difende, contro il popolo, ogni prevaricazione: Verrà un giorno!

venerdì 30 novembre 2012

L'orrore della verità

Mi capita, al lavoro, di voler "travasare" qualche verità scomoda, a colazione coi colleghi d'ufficio.

Così, qualche giorno fa, ribadivo il concetto che l'automazione della produzione muta assai la condizione sociale del lavoratore.

Se nel medioevo il servo della gleba era uno schiavo utile, il lavoratore moderno, grazie alla tecnologia che automatizza sempre più la produzione dei beni e servizi essenziali, si avvia tristemente ad essere "uno schiavo inutile".

E' una realtà che già oggi non sfugge all'osservatore consapevole; quanta parte del lavoro burocratico potrebbe essere evitata, e quanti lavoratori potrebbero essere lasciati a casa, con buona pace d'ogni istanza solidale?

L'uomo diverrebbe uno schiavo inutile, e per questo prono ad ogni volere della casta, ove non assuma su sè, in quanto cittadino, la proprietà della moneta.

Tra i miei ascoltatori uno fu particolarmente colpito dal concetto, e da un lampo negli occhi potei intravvedere -come capita a chi sia abituato a sondare i minimi segnali dell'anima- l'erompere subconscio dell'orrore che immediatamente si veste di indifferenza o scherno, quando il sistema immunitario della coscienza ne smorza l'effetto che sarebbe altrimenti devastante.

E questo è davvero ciò che separa l'uomo dalla sua libertà, la paura di essere consapevole:

Si preferisce credere che chi dilania il nostro paese a pezzi e "bocconi" sia responsabile e capace, piuttosto che rivendicare una sovranità monetaria che rimetterebbe in gioco tutti i valori, politici e morali, a cui bovinamente ci siamo voluti prostrare.

giovedì 18 ottobre 2012

Le origini del nostro debito pubblico e l'inganno di "mani pulite"

Sembrerebbe arduo far coincidere l'origine dei guai della nostra dissestata finanza pubblica con l'operazione, eterodiretta e su scala internazionale, che spazzò via la nostra migliore politica, lasciando libero accesso ai rottamatori del benessere nazionale; ma se la caduta del Partito Socialista Italiano -è ormai risaputo e condiviso- coincise con quella spregiudicata spartizione del bene comune che fu organizzata a bordo del Britannia, assai meno appariscente fu la creazione -ex novo- di un debito pubblico in realtà detenuto -per il tramite della Banca d'Italia- dal popolo italiano.

Un lucidissimo lavoro di Claudio Moffa, ottimamente documentato, spazza via ogni dubbio, qui il testo: Stato sociale, crisi finanziaria, sovranità nazionali

E' "leit motiv" assai diffuso che l'origine del nostro debito pubblico sia dovuta alle "ruberie" della "prima repubblica"; niente di più falso se si comprende l'origine ed il funzionamento della moneta.

Che il nostro popolo possa comprendere prima che sia troppo tardi è quel che veramente mi auguro, chi ignora la propria storia è condannato a subirne le conseguenze.

sabato 1 settembre 2012

Elogio della sconfitta

Antologia di pensieri ad uso dei candidati al diploma di "BUONO A NULLA"

Cos'è una vittoria? Seppure un moto di gioia mi costringe alla positività del traguardo ormai conseguito, un nodo afferra zone oscure dell'anima, quasi a voler contendere alla coscienza ogni spasmo di felicità.

E' un nonsochè di sottile che opera come un veleno, e contrasta la certezza dell'essere in relazione di verità con il mondo. Così, ogni volta, io non mi sento vincitore, piuttosto mi sento canzonato dalla realtà, se affermo, se il mondo afferma nei miei confronti, l'insolenza di un ordine di pensieri che pretenda vestire il reale di verità. Di quella stolta e minuscola verità che usiamo per celare a noi stessi l'orrore dell'inconosciuto, di ciò che permane oltre il fragile velo del convenzionale.

Meglio, molto meglio, trovarsi a dover raccogliere i cocci delle proprie ambizioni, meglio dover dolorosamente riandare all'origine delle proprie certezze. Meglio dover vedere, ogni volta, che dèmone si celi dietro ogni affermazione di sè, dietro ogni ottusa volontà di vittoria.

Così, con l'animo di chi disfà le valige per un gran viaggio che pareva potersi realizzare ed è fallito all'ultimo istante, con l'animo di chi, persa la meta, torna al luogo che pareva abbandonato per sempre, con l'animo di chi rassegna al Fato ogni cosa e sè stesso, voglio tessere l'elogio della sconfitta: unica medicina all'umana presunzione di intrappolare l'essere nella normalità delle piccole affermazioni quotidiane.

Ma non voglio tessere l'elogio di una sconfitta che celi in sè la vittoria, giacchè se ogni vittoria è una sconfitta incompresa, ogni sconfitta, compresa,  potrebbe essere una vittoria, ma che intesa come vittoria sarebbe di nuovo sconfitta; e così indefinitamente, finchè non si esca dal cerchio ottuso di sconfitta e vittoria, di io e mondo, di piacere e dolore, finchè non se ne afferri un senso oltre la prigione duale.

Occulto, come occulta è ogni cosa esistente oltre la dualità. Perciò il senso occulto della sconfitta è la via che conduce, dalle certezze del mondo, sù fino a contezza dell'inanità di ciò che appare vero e degno di considerazione; sù fino a poter essere tacciati, dal mondo che reclama la sua inanità, come perfetti "buoni a nulla".

Perciò gli scritti di questo “blog”, sono tutti
improntati a pensieri, osservazioni e paradossi atti a condurre ogni utilissimo schiavo di questo mondo che appare, sù fino alla perfetta e metafisica condizione di buono a nulla; giacchè è sempre tale, agli occhi del mondo, chi non si sottometta alla falsità del desiderare entro il cerchio della propria prigione.


mercoledì 8 agosto 2012

Le schiacciatrici di Equitalia


Interessante, a fondo pagina, il modello 153054, capace di schiacciare 30 quintali/ora. Non è ancora in produzione, ma non dubitiamo che il governo in carica sarà in grado di adottare le necessarie misure, perchè il modello giunga al più presto sul mercato.

venerdì 3 agosto 2012

Associarsi conviene!


Associarsi conviene sempre; non importa a quale partito, parrocchia o loggia segreta, ma associarsi conviene. Persino associandosi ad un condominio, prendendo parte attivamente alla vita condominiale che si svolge per le scale, fermandosi a discutere sui pianerottoli sempre affollati di massaie in vestaglia e bigodini, si può allontanare la paura che da sempre sgomenta l'uomo, la più temibile, quella di restare soli.

"Vox clamantis in solitudo", chissà che paura, e chissà poi perchè ostinarsi a declamare nel deserto, quando le città anche a quei tempi erano piene di popolo a cui aggregarsi, di sette segrete ai cui insegnamenti conformarsi, di opinioni correnti da condividere senza sentire il peso di doversi formare idee che, nascendo dalla solitudine dell'individualità, potessero trovarsi di contro la legge e la consuetudine, la morale comune insomma, il buonsenso popolare.

Ci si associa persino ai sessi, anche così non si é soli, si dice per esempio, "queste son cose da uomini", e si sa, o per lo meno si presume, che la metà della popolazione mondiale ci é solidale, che non siamo soli, che possiamo contare su coloro a cui ci siamo dichiarati simili.

Insomma ci si associa, e non importa che la società, la razza, il partito, la religione a cui si appartiene sia grande e potente, basta essere almeno in due, basta che vi sia uno solo sulla terra a cui poter riferire il famigerato detto "mal comune, mezzo gaudio"; così che non capiti di dover subire la paura della solitudine, di dover affermare di fronte a noi stessi che ci capita quel che ci capita e siamo soli a sperimentarlo, perchè siamo individui, quindi irripetibili, unici e disperatamente soli nell'universo, ma individui, esseri da cui può germogliare la fraternità che non é aggregazione, e fa paura perchè é la soglia dell'esperienza interiore per cui é possibile la donazione di sè; altrimenti é una frottola, é il presunto amore, la presunta fraternità, che nasce dalla paura di essere soli, dalla paura di non potersi associare e di doversi donare.

Per cui conviene associarsi, conviene quardarsi intorno a cercare occhiate complici di connivenza, quando su un mezzo pubblico si apostrofa duramente un barbone, un nero, un diverso, perchè non sapremmo farlo nella sfera della nostra individualità, sfera in cui siamo paurosi e smarriti; ma se siamo tanti, povere bestie, siamo anche forti, e allora si spiega come i bianchi siano opposti ai neri, i meridionali ai settendrionali, i maschi alle femmine, quelli della scala A a quelli della scala B.

Ricordo un pranzo di lavoro, qualche tempo fa; si era discusso animatamente dei problemi connessi al lavoro che si stava svolgendo fino al momento di sedersi a tavola, ma davanti alla pastasciutta la disposizione degli animi mutò, mi resi conto di trovarmi in mezzo a un gruppo di appassionati di calcio, i cosiddetti tifosi; insomma si discuteva animatamente di calcio, e visto che io restavo ostinatamente in silenzio, uno dei presenti mi chiese, peraltro molto garbatamente, per quale squadra tifassi; io che sono stato sempre allergico alle urla agli stadi ed alle sgroppate di massa, risposi a tamburo battente: "mi occupo solo dei calci che mi dà la sorte". Intorno a me si formò il gelo, i tifosi avevano scoperto che alla loro mensa sedeva un "diverso"; con evidente imbarazzo dei presenti la conversazione si raffreddò, mi dispiaque esserne stato la causa, ma da quell'esperienza trassi l'insegnamento che é l'oggetto di questo articolo: associarsi conviene; perciò associatevi, e se proprio non vi garba, fate finta. Ma associatevi.           

venerdì 27 luglio 2012

Guatemala Guatemala


"Guatemala Guatemala
Maremma maiala!"

Ve la ricordate la canzoncina degli Squallor? Io me la ricordo bene.

E chissà se la ricorda anche qualcun altro, reo di avere orecchiato in certi "fili" telefonici.

Si sa, chi tocca i fili muore. E i "segreti di stato", ahimè, non sono certo roba da toghe di provincia.

Peccato solo che a toccare certi altri fili, che legarono l'opera e la dignità di funzionari integerrimi, verso se stessi e lo Stato che hanno servito, il nostro non abbia neppure preso la scossa.

Ma chissà che "maremme" snocciola adesso, mentre prepara le valigie.

Che possiamo augurargli se non buon viaggio? E magari, tra una "maremma maiala" e l'altra, in quelle lontanissime "contrade", che trovi il tempo e la voglia per ripensare agli esiti infausti di certe, ormai sepolte, vicende giudiziarie. Questo sì sarebbe un pentimento, e davvero il primo, tra quelli contrabbandati da molti protagonisti di quelle trame oscure.

Il fine non giustifica -mai- i mezzi!

sabato 14 luglio 2012

Working class


Amo gli inglesi. Non quelli della "City", che speculano sulla prosperità economica dei popoli, non amo la Gran Bretagna imperialista dei due scorsi secoli; ma i minatori e gli operai di Ken Loach, quelli sì, li amo.

Mi sembra che la Gran Bretagna, nel suo essere così fortemente presente tra le correnti spirituali che orientano i popoli, abbia prodotto il male ed il suo antidoto, mirabilmente svelato dai suoi registi della "working class".

Per lungo tempo mi sono chiesto quale mai possa essere stato l'elemento catalizzatore che, nel corso del novecento, ha separato una sinistra, inizialmente in sintonia con le istanze sociali delle classi disagiate, da quelle stesse classi; fino a divenire un oscuro epifenomeno politico, più interessato a singolarità sessuali, legittime ma giocoforza confinate nella sfera del privato, che alle attuali esigenze di riscatto dal supercapitalismo del NWO.

Mi sembra davvero singolare come, lo stesso ambiente sociale, possa produrre impulsi così contrastanti. Se da un lato certe massonerie "antitradizionali" urgono verso l'annichilirsi di ogni "particulare", in nome di dei senza luce e senza storia; d'altra parte, tanto più fortemente ne emerge un "milieu" tanto cristiano quanto distaccato da ogni contaminazione clericale.

Forse la spiritualità di questo popolo è davvero, in massima parte, rappresentata dal genio di Oscar Wilde, da quella immensa parabola artistica che, nel "De Profundis", ebbe il suo meraviglioso compimento.

Casualmente direi, semmai potesse esistere il caso, mi sono imbattuto in un lucidissimo articolo che per me ha potuto riannodare tante considerazioni che tendevano a convergere in una sintesi.

Ve lo propongo qui:
Il socialismo: oltre la destra, oltre la sinistra, oltre la modernità

E' una recensione di "Le complexe d’Orphée" di Michéa, che mi riprometto di leggere.

In "Tutto o niente" di Mike Leigh, l'intensità dello sguardo di Timothy Spall di fronte al mare, mentre vede tutta la sua vita, sociale, familiare, economica, andare a rotoli, è -a parer mio- il fotogramma più vero e sublime di tutta la cinematografia.

Mi sono sempre chiesto dove mai si potesse collocare, politicamente, questa "working class". Oggi ho considerato che quasi metà dell'elettorato europeo, alle urne, non ci va neppure: e finalmente l'ho capito.

martedì 10 luglio 2012

Buone vacanze!


Buone vacanze. Dopo un anno di lavoro e di realizzazioni é finalmente giunto il momento di partire verso le mete estive; mare, monti, laghi, paesi lontani da visitare; é finalmente giunto il momento di evadere dalla spesso frustrante e ripetitiva realtà quotidiana nella quale nostro malgrado ci ritroviamo, quasi che non l’avessimo noi stessi costruita giorno per giorno, coi nostri pensieri, con le nostre azioni, con le scelte che hanno determinato la nostra vita, il nostro destino.

Comunque, buone vacanze. E che siano vere vacanze, che si riesca cioè a spogliarsi di tutto quel che ordinariamente si é, di quell’anemica immagine di noi stessi che ordinariamente presentiamo agli altri, del nostro solito io; perché prevalga e si esprima in noi l’io che più profondamente sentiamo di essere, che non é legato ai ritmi della realtà quotidiana, che non ha bisogno di andare a letto la sera per potersi svegliare presto la mattina e andare incontro ai doveri di un’esistenza monotona e ripetitiva. Perché possa esprimersi in noi quel poeta, quell’avventuriero, quel sognatore che ognuno riconosce, incompreso, nel profondo di sé; perché é in tutti, anche se (tranne che in esseri eccezionali di cui a volte narra la storia), dorme profondamente.

Buone vacanze dunque, all’eroe che dorme in ciascuno di noi; perché libero dalle pastoie della quotidianità possa esprimere ciò che di noi é la realtà più autentica, proprio perché la meno ordinaria.

E mentre siamo in vacanza, mentre respiriamo a pieni polmoni quel senso di libertà e di indipendenza che in città per tutto il resto dell’anno ci é negato (o ci neghiamo?); possiamo per esempio pensare al significato della parola vacanza: che cosa é la vacanza?

Capita, di rado, di pronunciare interiormente una parola; una parola che si é sempre pronunciata, così, come ordinariamente si pronunciano tutte le parole; di pronunciarla dunque interiormente, tra sè e sè, e di ascoltarne (sempre interiormente) il suono, che all’improvviso ci giunge nuovo, come se non l’avessimo mai sentito; lo ascoltiamo cioè, come se lo assaporassimo, gustandone, sillaba dopo sillaba, intimi significati, significati nuovi, inaspettati, inauditi; quella parola ci colpisce come un’idea, e il folgorare dell’idea di quella parola ce ne restituisce i significati più nascosti.

Se fossimo uno di quegli uomini eccezionali di cui più sopra si è detto, potremmo volitivamente evocare questa esperienza, e, già che ci siamo, scegliere per tema del nostro sperimentare proprio la parola “vacanza”.

Giungeremmo forse a scoprire che vacanza può significare assenza, e questo lo sanno tutti, che la parola é affine a vacuità, e anche questo è facilmente osservabile; ma questa assenza, questa vacuità, questo non esserci (che pedestremente significa semplicemente che noi non ci siamo perché siamo partiti per le ferie), presuppone un soggetto che va in ferie, un io che in quanto tale deve comunque esserci, deve essere presente, e va in vacanza soltanto se può spogliarsi di se stesso, altrimenti vacanza significa soltanto vacanza per gli altri che si sono liberati di noi, e non per noi che non ci siamo liberati di noi stessi, e che quindi, non andiamo in vacanza.

Chi é dunque colui che a buon diritto può andare in vacanza? Chi, dunque, può liberarsi di se stesso, essere indipendente dall’immagine di sè che si é costruito, e che lo condiziona, e che lo fa tornare dalle ferie più stanco e più spompato di quando é partito?

Evidentemente solo chi é indipendente da sè, chi non é legato al proprio contingente apparire, chi non é costretto e determinato dal ruolo che si é scelto, e quindi, essendo libero da tale veste, da tale ruolo, può essere vacante di sè stesso e continuamente ricrearsi a proprio piacimento, potendo essere secondo i casi musicista, poeta, ladro o ragioniere senza tuttavia sentirsi limitato o determinato dal vestito che ha scelto di indossare; e che per questo, giocoforza, é sempre in vacanza.

Mentre tutti gli altri, i più, non lo sono mai. Non lo sono perché non hanno la forza, il coraggio di uscire da sè, di rinnegare sè stessi, di confutare ciò che credono essere la parte più intima di sè ed invece è solo una vecchia, bisunta, logora veste con la quale si sforzano di apparire e che dovrebbero scrollarsi di dosso se, veramente, volessero andare in vacanza.

Dunque chi vuole andare in vacanza, chi vorrebbe essere altro da ciò che é, chi pensa che altri sia la causa del suo malessere interiore, delle difficoltà che attraversa, chi maledice il proprio destino, in vacanza non andrà mai. Potrà certo sfuggire un padre possessivo ed impossibile, oppure un caporale odioso; ma incontrerà un capufficio, un padrone di casa, un agente delle tasse che saranno sempre e comunque lo stesso padre, lo stesso caporale. E potrà essere a Catania come a Honolulu, a Londra come a Parigi; non sarà mai in vacanza.

E così chi vorrebbe andare in vacanza non potrà mai andare, e chi invece può andare in vacanza non ha alcun bisogno di andarvi, perché se anche fosse in prigione o all’ospedale, é se stesso, é sempre in vacanza: così va il mondo. Comunque, buone vacanze.

martedì 26 giugno 2012

La miseria che meritiamo


Fino a Bretton Woods l'autorità di stampare moneta apparteneva a chi avesse corrispettivo in oro, ma solo formalmente, perchè già si trattava di una convertibilità del tutto teorica.

Dopo gli accordi di Bretton Woods, ed il definitivo abbandono della convertibilità in oro, l'autorità di stampare moneta apparterrebbe ai popoli sovrani, perciò agli stati.

Lo Stato italiano aveva delegato quest'autorità alla Banca d'Italia, come prestatore di ultima istanza. Ma essendo questa pubblica, si trattava solo di una partita di giro.

Con la privatizzazione della Banca d'Italia il debito pubblico italiano cominciò a divenire qualcosa di tangibile, la BdI smise di essere "prestatore di ultima istanza" e lo Stato italiano dovette approvvigionarsi sul mercato.

Occorrerebbe chiedersi chi furono i politici che permisero questo scempio.

La moneta appartiene al popolo, l'abbondanza di moneta circolante normalmente è positiva, perchè euforizza il ciclo economico. E' vero che l'eccesso genera però costi alti per i prodotti d'importazione, ma è la miseria che meritiamo, non quella che, come adesso, subiamo.

domenica 13 maggio 2012

Ma cos'è questa crisi?

"Es una estafa, no es una crisi!"

Finalmente gli spagnoli l'hanno capito, noi italiani l'avevamo capito qualche anno fa; ma si sa, siamo come i capponi di Renzo, altrimenti Manzoni che ce lo diceva a fare?

E' una truffa, oramai è conclamato; perchè ce lo dice la Spagna aperta e multirazziale di Zapatero che abbiamo ammirato, la Spagna trasgressiva di Almodovar che forse abbiamo un po' invidiato.

Ora invece ci dice: svegliatevi, è solo una truffa!

Gli spagnoli stanno già reagendo, e noi, ce la faremo a reagire, con la nostra politica, infine a pezzi e "bocconi", prona ai voleri della più bieca finanza internazionale?

Me lo chiedo e ve lo chiedo, forse perchè non ho la ricetta in tasca, forse perchè mi ostino a pensare che la violenza sia la più oscura delle reazioni.

Qualcuno di recente blaterava, a proposito di tasse, di "aperto dispregio": forse sì, l'aperto dispregio di uno sberleffo sarebbe una reazione, non so se più efficace, quantomeno più variopinta.

Chessò, si potrebbe istituzionalizzare lo sberleffo al posto del classico "pronto chi parla", magari una pernacchia, ma solo in certi casi.

Immaginate? "Buongiorno, sono il presidente tal dei tali", "prrrrr, mi dica".

Impegniamoci tutti, che non ricevano altro che pernacchie, per strada, al telefono, sui giornali; sarebbe la rivoluzione della pernacchia. Io, fossi presidente, mi dimetterei.

sabato 14 aprile 2012

L'aperto dispregio

Mi fanno sapere, la logica che sottende l'evasione fiscale è "di scarsa considerazione se non di aperto dispregio dell'interesse generale del Paese e del bene comune".

Incasso il colpo e rimugino: come lavoratore dipendente sono un "onesto per forza", cosa sarei se solo potessi scegliere?

Già, e scegliere poi cosa? Scegliere di foraggiare le consorterie che affamano i popoli europei, prendendo dieci volte quel che restituiscono?

Scegliere il cappio al collo che dura tutta una vita di stenti, o quello che invece, brutalmente e tragicamente, risolve tutto nello spazio di un lampo di follia, e di cui sempre più spesso danno notizia i quotidiani?

Se solo potessi, democraticamente, scegliere, allora sceglierei davvero il bene comune del Paese; ma non sarebbe accondiscendere alla logica odiosa di chi, d'oltralpe, pretende di manovrare i nostri destini.

Sarebbe una cesura coraggiosa contro la sopraffazione, sarebbe un riappropriarsi della sovranità nazionale.

Oppure sarebbe un riconoscersi nella grande nazione europea, ma non certo come ce la ammannisce giorno per giorno la congiura dei servi monetaristi.

Sarebbe un'Europa in cui l'uomo, come individuo, verrebbe posto al centro dei valori morali, così come avrebbe dovuto essere.

Il diritto romano riconobbe il valore dell'uomo in quanto "cives", non certo in quanto portatore della propria individualità; due millenni di cultura europea sono stati edificati sulla concezione della sacralità "in sè" dell'essere umano, per questo l'Europa dovrà dirsi cristiana, o non sarà.

Sceglierei, anzi ho già scelto, di additare la congiura di cui siamo vittime, l'aperto dispregio che si compie nel privare i popoli di quella ricchezza che non può prescindere dalla proprietà della moneta.

Chi addita l'altrui dispregio, osservi una volta dentro di sè, potrebbe trovarvi più di quel che pretende riconoscere nel suo prossimo.

sabato 24 marzo 2012

Altro che articolo 18!

I nani di Bruxelles ci sembrano giganti perchè si ergono sulle nostre spalle.

E siamo talmente inconsapevoli di questo da voler lottare per la garanzia della servitù a vita. Ma noi non siamo i servi: noi siamo i padroni!

Dal tempo degli accordi di "Bretton Woods" la moneta non viene più, neppure formalmente, stampata a garanzia di un sottostante deposito in oro, viene stampata e basta.

Il diritto di emettere banconote, che un tempo apparteneva a chi avesse corrispettivo in oro, oggi apparterrebbe agli stati, perciò ai popoli.

Ma gli stati hanno delegato questo potere alle banche, e le banche ci prestano la "loro" moneta.

Riappropriarsi della nostra moneta equivarrebbe invece a poter sgravare il processo economico dalla necessità di venire imbrigliato in leggi e regolamenti che proteggano noi "servi", perchè non esisterebbe più alcun servo, ma solamente attori del processo economico, padroni del loro reddito e perciò potenzialmente liberi.

Vale la pena osservare che, nei paesi civilizzati, la distribuzione del reddito è già tale che, eccettuate alcune sacche di povertà che sarebbero facilmente eliminate grazie all'abolizione di qualche odioso privilegio riservato a pochi, la moneta esistente può soddisfare i bisogni primari di ogni individuo.

Ma la contraddizione consiste nel dover sempre elemosinare quanto necessario alla soddisfazione di questi bisogni, mentre ogni uomo ha invece pieno sacro ed inviolabile diritto di trarre, dalla terra in cui nasce, le risorse di cui necessita per sopravvivere.

Un'equa distribuzione del reddito per "diritto di cittadinanza" renderebbe il processo economico realmente efficiente, senza vincoli di natura fiscale; lo Stato potrebbe infatti trattenere a priori una -piccola!- parte della moneta stampata per il suo funzionamento, mentre la gran parte restante entrerebbe nel ciclo economico libera da qualsivoglia imposizione o balzello.

Inoltre, l'eventuale eccedenza di moneta, avrebbe la funzione di scoraggiare qualunque accumulo improduttivo di capitale: se il denaro è il sangue dell'organismo economico, occorre che fluisca senza ostacoli per il benessere di questo organismo.

Non è pensabile che la moneta, simbolo della merce, mantenga valore oltre ciò che rappresenta: se un euro è rappresentativo di un chilo di pere, marcite le pere deve marcire anche l'euro che le rappresentava. La scadenza della moneta, o la corrispondente inflazione, consentirebbe quindi di immettere sempre nuovo sangue nel ciclo economico, rendendo impossibile quel processo di impoverimento che nasce dal voler attribuire alla moneta valore "in sè", oltre la merce che rappresenta.

La gerarchia uomo-merce-moneta verrebbe quindi ristabilita; solo grazie alla sistematica distruzione di ogni valore spirituale è stata possibile quest'inversione, per cui l'"in sè" è oggi il denaro, che asserve ogni processo economico, che a sua volta asserve l'uomo, schiavo due volte di quest'odioso rovesciamento.

E' l'uomo la ragione per cui si innesca il processo economico, ed il processo economico è la sola ragione per cui viene stampata moneta, serva del servo dell'uomo: cos'aspettiamo a riprendercela?

Scrolliamoci finalmente di dosso questa follia monetarista, siamo noi i giganti, non certo i nanerottoli che si dimenano sulle nostre spalle!

venerdì 18 aprile 2008

EUTANASIA DELLA RAGIONE

J'accuse... no, io non accuso nessuno. Il mio stipendietto da impiegato non mi permetterebbe di star dietro alle inevitabili ritorsioni legali, alle lungaggini giudiziarie e burocratiche, alle parcelle degli avvocati.

Come si dice, tengo famiglia. Ma ciò non mi impedisce di provare uno sdegno pari, se non superiore, a quel che dovette compulsare il sentire di Emile Zola, mentre scriveva il suo celeberrimo "J'accuse!".

Perchè qui vi è ben più che l'"affaire Dreyfus", qui vi è qualcosa che sconfina oltre ogni miserabile, seppur comprensibile, sub-ragione dell'odio e della rivalsa. Qui vi è soltanto il nulla.

Sulla vicenda giudiziaria di Bruno Contrada non v'è da disquisire, tutto l'assurdo che pesa sul giudizio è agli atti; tutta l'illogicità delle accuse è palese nelle sue condizioni di vita, materiali, economiche.

Meno che mai sulla vicenda umana: laddove una giustizia falsamente garantista promuove le necessità esistenziali di qualsivoglia rubagalline, Bruno Contrada muore -innocente- in una prigione.

Qui l'orrore della vicenda è tutto nelle intenzioni di chi giudica e accusa, perchè ci pone di fronte all'evidenza di quel "1984" che ignari, mentre inseguivamo ideali di libertà e democrazia, abbiamo permesso che si avverasse.

E' l'orrore della follia che ci sgomenta, non certo la sofferenza, che certamente avrà un pareggio, tanto più luminoso quanto più oscuro ne fu l'inverarsi.

Jean Paul Sartre scrisse "L'enfer sont les autres". Io credo di no: io credo che gli altri, ovvero la reale esperienza di ciò che è altro da noi, come superamento della barriera e dell'ottusità dell'egoismo, siano il paradiso.

Per ciò stesso credo che l'inferno, semmai ve ne sia uno, siamo noi stessi: perchè di fronte al giudice dell'autocoscienza, l'unico in grado di comminare la pena che valga l'espiazione -la comprensione di ciò che si commette- il fuoco che avvamperebbe l'anima sia, quello sì, infernale.

Soltanto questo è "pentirsi": luminosa rinascita il cui concetto appartiene alla penna immortale di Alessandro Manzoni, e non certo allo scherno che ne abbiamo fatto, promuovendo gli infami a sì nobile rango.

E non voglio dire con questo che chi "infama" non sia necessario a una giustizia, spesso costretta a muoversi nelle vie strette e tortuose di pratiche, come si suol dire, poco ortodosse, se non addirittura inconfessabili.

Voglio dire che mai, prima d'oggi, un delatore fu chiamato pentito, e se il genio della lingua è l'espressione spirituale di un popolo, come siamo miseramente precipitati rispetto alla nobiltà dei nostri padri, che seppero elevare il loro sentire di fronte alle pagine imperiture della conversione dell'Innominato!

Perciò anch'io chiedo un'eutanasia, e non certo per Bruno Contrada, che mai l'accetterebbe, da fiero uomo qual'è.

Chiedo l'eutanasia per quel che resta del nostro ordinamento giuridico, perchè lo scempio della sua dissoluzione venga sottratto alla morbosa curiosità della folla.

E non sto certo agitando lo spettro della rivoluzione! Sono un non violento, niente mi turba come l'orrore della massa sanguinaria che scatena il suo più infimo istinto.

Chiedo soltanto che cessi l'accanimento terapeutico nei confronti di un sistema giuridico malamente disfacentesi, che dopo qualche minuto di raccoglimento se ne possano dignitosamente comporre i resti, e affidati questi che siano al silenzio della tomba, si proceda, stavolta sì, verso una conversione luminosa, un pentimento di quelli che facciano impallidire perfino il fulgore delle pagine manzoniane.

Signori giudici, staccate la spina, la misura è colma!