lunedì 30 aprile 2007

Della partenogenesi, ovvero: come si riproducono gli imbecilli

Potrà sembrare inverosimile a più d'uno dei miei lettori che gli imbecilli si riproducano per partenogenesi, come le amebe; ma se consideriamo nella giusta luce, con la giusta attenzione, con il dovuto rigore scientifico quali e quante possano essere le difficoltà, i travagli, le asprezze che devono essere affrontate perché un essere umano possa venire alla luce, perché possa accendersi in lui la divina scintilla della coscienza, e confrontiamo questo calvario della natura con il grande e incalcolato numero di imbecilli che si trovano in circolazione, non potremo più avere alcun dubbio: gli imbecilli si riproducono per partenogenesi.

Oscuramente si moltiplicano per scissione nella notte, col favore delle tenebre, di modo che gli umani non sospettino nulla di questo grande e diabolico piano partenogenetico di cui sono vittime; e la mattina, negli uffici, per le strade, sui treni, si ha la sensazione, dico solo la sensazione, che se fosse certezza il loro gioco sarebbe palese e prevedibile, che gli imbecilli, rispetto alla sera precedente si siano per lo meno raddoppiati.

Così dunque gli imbecilli popolano la faccia della terra, e occupano tutti i posti chiave, detengono le leve del potere, amministrano la cosa pubblica; ed è semplice a questo punto intuire come si possano essere così stabilmente insediati, come possano essere giunti a creare questa inestricabile rete dell'insipienza tra le cui maglie agonizzano i pochi umani rimasti.

Ma se l'ipotesi può essere suggestiva e arguta, se la teoria può essere confortata dall'evidenza dei fatti di ogni giorno, vediamo piuttosto qual'è il processo, le fasi psico-biologiche grazie alle quali l'imbecille rigenera sè stesso, notte per notte, dando vita a questa diabolica cabbala di potenze del due, riproducendosi all'infinito.

Occorre far rilevare anzitutto che l'imbecille, affinchè possa riprodurre se stesso durante la notte, deve dar forma e consistenza durante il giorno ad un quid alchemico, ad una materia degenerata dell'opera che continuamente espande e sustanzia della propria imbecillità; si nota cioè che tutto quel che accade attorno all'imbecille, tutti gli eventi che la sua imbecillità origina, piuttosto che perdersi, diluirsi, vanificarsi nell'aura terrestre, si concentrano in un diafano e dapprima impercettibile homunculus, che cresce, nutrendosi di quelli come di un mefitico albume; e la sera, chi sappia osservare, potrà intravvedere presso all'imbecille un'aura, una figura che col passare delle ore, complice la tenebra e il tenebroso sonno dell'imbecille originante, diverrà un essere come umano, quasi certamente il nuovo capufficio che la mattina sbalorditi troveremo arrivando (in ritardo come al solito) al lavoro, neonato ma già pronto a scaricarci addosso l'unanime condanna all'umano di tutti gli imbecilli dell'universo.

E questo è il mistero che ci è celato ma evolve tra noi; forse proprio nella casa accanto alla nostra ogni notte si celebra la partenogenesi di un imbecille, e cerchiamo quindi, ci sforziamo di intravvedere, di riconoscere quelle misteriose aure rivelatrici che dal vespero in poi dovrebbero adornare la gran parte delle persone che incontriamo.

E forse è solo il gioco della nebbia e dei lampioni stradali, forse gli occhiali appannati, forse la triste certezza che siamo rimasti in pochi, ma certe sere d'inverno sembrano davvero tutti imbecilli.

HEAUTONTIMOROUMENOS, ovvero: il punitore di sè stesso

Tutti (si fa per dire) ricorderanno l'omonima commedia di Terenzio dal titolo tanto curioso. Curioso soprattutto per chi, come me al liceo, soleva riprendere tre mesi di letteratura latina tutta in una notte, in vista della pagella trimestrale; e la mattina dopo, i nomi, gli autori, i titoli delle opere si mescolavano confusamente e curiosamente; dimodochè, nella mia mente, la cultura dei nostri padri riemergeva rimodellata e rinnovata, riconfigurata. Soprattutto per il sollazzo del mio professore di latino (brav'uomo), che soleva premiare questo mio sporadico sforzo notturno con stigmatizzanti valutazioni, che però non costituirono mai serio impedimento all'estivo e meritato riposo.

Ricordo dunque veramente poco della succitata commedia, di Terenzio, di quegli stessi tomi che affannosamente compulsavo nelle rare notti di studio; il nome però, HEAUTONTIMOROUMENOS, stimolava in me strane associazioni mentali, vuoi per la derivazione greca del termine, vuoi per il suo significato inconsueto; chi, infatti, potrebbe voler punire sè stesso?


Se a ciò si aggiunge che non conoscevo la trama della commedia, forse la lessi e la dimenticai subito dopo, si può comprendere come l'oggetto di essa, il punitore di sè stesso, suscitasse in me tanta curiosità.


E siccome ho sempre creduto che alla radice delle sventure che ci capitano risieda, piuttosto che la cieca casualità, un superiore volere da noi stessi supercoscientemente suscitato, ecco che ogni volta che inciampavo, ogni volta che mi sbucciavo un dito, ogni volta che me ne andava una storta, mi tornava in mente questa così inconsueta parola, HEAUTONTIMOROUMENOS.


E mi raffiguravo, un pò comicamente, un pò pateticamente, questo pover'uomo di cui ci narra Terenzio, intento ad infliggersi le più strane e fantasiose punizioni, e chissà poi per quale motivo! Lo vedevo nella mia mente, contuso e dolorante, darsi mattonate sulla testa, oppure lanciarsi gemendo sotto le ruote delle bighe che percorrevano le strade di ciottoli delle città di quel tempo, e chissà cos'altro ancora.

E chissà poi che opinione dovevano essersi fatta di lui i suoi concittadini! Attento, nascondi quel pesante vaso di coccio, che sta arrivando l'Heautontimoroumenos; chiudi la finestra, sennò quello si butta di sotto; ed altre simili piacevolezze.


Forse le mamme ne parlavano ai bimbi come si parla del lupo o dell'uomo nero: mangia la minestra, sennò stanotte viene l'Heautontimoroumenos; e i bimbi atterriti mangiavano, al pensiero di dover passare la notte udendo urla raccapriccianti ed in sì funesta compagnia.

Conosco poco o nulla di Terenzio, meno che mai le sue opere; nondimeno l'HEAUTONTIMOROUMENOS, questo titolo così emblematico, mi ha sempre fatto pensare; lottiamo tenacemente tutta la vita contro un destino che ci pare avverso, e poi ci accorgiamo di lottare contro la nostra stessa ombra: insomma, siamo punitori di noi stessi; almeno lui, l'Heautontimoroumenos, sa perchè lo fa.

Idea per un romanzo

Titolo: Il cognato volante, forse olandese

Era un cognato a massa variabile, perdeva peso se dimenticava qualcosa: scordava un numero di telefono e perdeva mezz'etto.

Un giorno prese una botta in testa e perse la memoria, è volato in cielo, e da quel giorno non l'ha più visto nessuno.

Ma nelle notti di luna a pois, qualcuno giura di sentirlo mentre vaga tra le nuvole, gemendo, in cerca dei suoi ricordi.

sabato 28 aprile 2007

Addavenì baffone!

La folla disperata inveisce contro il conte Dracula, che cerca di fuggire col TFR degli Italiani sotto il colbacco; dalla folla si leva un grido, forte, che copre tutte le voci: "Addavenì baffone!"

Una voce fuori campo, come dall'alto, soprannaturale, risponde "Addavenì? E' già qui!".

In sottofondo, eppoi sempre più distinte, echeggiano le note dell'Internazionale; la folla si volge stupita in direzione del suono, si fa silenzio e appare Babbo Natale:

Ha la faccia di Stalin! sorridente, con un bel panettone tra le mani, una confezione dorata con la stella rossa e falce e martello; sollevando il panettone verso la folla proclama "panettone baffone, il panettone degli italiani!"

La folla va in estasi e Stalin, sempre brandendo il panettone baffone, avanza al centro della piazza: le note dell'Internazionale si fanno impetuose, il conte Dracula cerca di dileguarsi, ma è travolto dal popolo che avanza in un tripudio di bandiere rosse.

Lontano, all'orizzonte, rosseggia il sol dell'avvenire.

Aaahhh! La campagna toscana!

Aaahhh! La campagna toscana!

Così buonista e di sinistra, così "politically correct" con le sue file ordinate di cipressi!


Altro che le campagne dove si va col pandino 4x4 di 'sta minchia e ci s'inzacchera di merda fino al portapacchi!


Da noi si va col Porche Cayenne e ci s'inzacchera sì, ma di "Crete Senesi", altro che merda! Che poi si posteggia a teatro e ci fanno la pubblicità delle SUV.


Aaahhh! La campagna toscana! I love, beautiful, AMMORE!

lunedì 9 aprile 2007

La confraternita della merda secca

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All’Unica

“...ed io potrò dire: ho riposto la mia causa nel tutto.”

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PROLOGO

All'inizio sembrava tutto normale.

Forse era una strana normalità, quella che respiravamo. Ma non avremmo potuto affermare che qualcosa fosse mutato, perlomeno non rispetto a ieri.

E' vero che i piccoli, continui mutamenti della realtà che ci circonda, cambiano il volto della terra senza che ci sia dato avvedercene, tranne che in particolari momenti di più vasta memoria; nondimeno sembrava che tutto procedesse al solito modo.

E se oggi, col senno di poi, posso scrivere che di normale e immutato già allora non v'era proprio più nulla, da quali segni avrei ravvisato il particolarissimo evento che si preparava?

Per quanto si cerchi di estendere all'indietro la comprensione della storia dell'uomo, la mutevolezza degli eventi e delle culture cela, almeno ai più, quei tratti fondamentali della vita interiore dei popoli che non mutano per secoli; che costituendo il substrato più intimo della vita sociale, determinano, in ultima analisi, l'apparire e il deperire delle grandi civiltà.

Qualche segno, alla fine, avrei ben potuto comprendere, ma come distinguere gli accidenti della quotidianità dal procedere della storia?

Qualcosa nelle coscienze era mutato. Forse troppo chiusi nei personali psichismi non ce n'avvedemmo. Forse la storia agitava forte le sue ali, e noi credemmo di percepire soltanto il turbinare accidentale e caotico delle banalità quotidiane.

Qualche segno, alla fine, avrei ben potuto comprendere, ma chi ricorda il sapore del pane di trent'anni prima, chi saprebbe paragonarlo a quel che ha mangiato oggi?

Il mondo del lavoro forse, che in trent'anni era profondamente cambiato, ma in meglio direi, perlomeno così avrebbe pensato chiunque.

La nascita dell'organizzazione industriale come scienza esatta aveva portato cambiamenti radicali in tutti i processi economici e di produzione, e una volta spostato il baricentro dall'individuo che produce alla legge che regola la produzione, le cosiddette nazioni industrializzate godettero di uno sviluppo senza precedenti.

E' vero che tutta la produzione consisteva essenzialmente di merce facilmente deperibile, se non danneggiata in partenza, ma il processo economico così innescato su scala mondiale permise, anche ai ceti più bassi, l'acquisto di cento laddove, permanendo l'impostazione arcaica del lavoro, sarebbe stato possibile acquistare uno.

La stessa minor differenziazione dei prodotti, frutto d'intelligenti iniziative di sfruttamento e riciclaggio delle risorse, se da un lato riempiva le case di centinaia di fragili suppellettili costruite tutte con la stessa plastica, dall'altro semplificò enormemente i problemi che una richiesta di mercato sempre più pressante (erano cose che si rompevano) poneva in evidenza primaria.

L'automazione poi, che aveva quasi completamente sostituito l'uomo nella sterile ripetitività del lavoro manuale, permise l'abolizione del ceto operaio; l'attività dei lavoratori consisteva essenzialmente nel decidere lo spostamento di partite di materia prima da una catena di produzione all'altra, secondo le esigenze e i criteri di convenienza economica; l'oggetto giusto veniva prodotto nel posto giusto e nel momento migliore.

L'obiettivo doveva essere quello di affrancare l'uomo dalla necessità del lavoro, cosa in sé giusta e meritevole d’ogni sforzo, individuale e collettivo. Chi avrebbe pensato che dietro un così nobile intento si nascondesse un pericolo!

Le leggi sull'ottimizzazione della produzione e dei bisogni, perché anche i bisogni dovevano essere indotti secondo esigenze di mercato, dunque rinnovarono il mondo. Si poteva ritrovare lo stesso piccolo componente, un motorino oppure una memoria, dentro un'infinità di attrezzi e dispositivi; i criteri scientifici organizzativi regolavano ogni cosa.

Si dovette razionalizzare l'impiego di manodopera nelle aziende secondo detti criteri; accertato che l'iniziativa individuale inevitabilmente finiva per creare accidenti e singolarità nella gestione aziendale, si preferì procedere verso una rigorosa attività di pianificazione nella formazione del personale. Fin dalla scuola occorreva formare elementi che potessero garantire un funzionamento stabile e costante dell'organismo produttivo; elementi che fossero facilmente sostituibili senza che ciò dovesse comportare difficoltosi riassestamenti nella vita dell'azienda.

Alle individuali alzate d'ingegno e ai dirigenti creativi si preferì la ripetibilità dell'ingranaggio meccanico; fissate le leggi della produzione era infatti opportuno che nulla intervenisse in qualche modo a turbare il delicato funzionamento del complesso economico; d'altronde il fine era quello di affrancare l'uomo dalla miseria e dalla schiavitù del lavoro, e non se ne sarebbe potuto trovare uno più nobile.

Con quale stupore mi sarei ritrovato, anni dopo, a rompere e sminuzzare quei piccoli oggetti, divenuti improvvisamente inutili, con che stupore avrei scoperto cosa nascondevano!

La scomparsa dell'attività artigianale aveva spostato in alto le aree di competenza e specializzazione necessarie alla progettazione e costruzione dei beni; in conseguenza di ciò era scomparso anche quel minimo d’interesse e competenza nei negozianti.

Un rigoroso controllo industriale della qualità del pesce, surgelato ovviamente, consentiva che ci s'improvvisasse pescivendoli senza avere nessuna nozione riguardo alla sua commestibilità, bontà o freschezza.

Così per ogni altra attività; solo un aspetto doveva essere particolarmente curato nella formazione di un negoziante: un'intelligente disposizione alle attività economiche legate al commercio, la capacità di gestire oculatamente flussi economici e patrimoni.

Un tempo si diventava pescivendoli perché si conosceva e si amava il pesce, si apriva un negozio d’abbigliamento perché esperti in tagli e stoffe.

Alla fine divenne importante conoscere solo gli aspetti economici di una gestione commerciale; le leggi dell'organizzazione industriale assicuravano una qualità elevata e costante di ogni prodotto, direi soprattutto costante, ma sono punti di vista.

Un negoziante poteva vendere di tutto, essenzialmente vendeva scatole; io direi che vendeva noumeni, e qui comincia la mia storia.

I noumeni

Con che stupore si sarebbe trovato Emanuele Kant a passeggiare per le strade delle nostre città, alla fine del ventesimo secolo!

Intendo dire, con che piacevole stupore avrebbe ammirato i suoi noumeni, infiocchettati ed esposti nelle vetrine, lui che aveva creduto di proiettare nell'aldilà metafisico il dogma dell'inconoscibile; ritrovarseli così, accessibili nella loro piena realtà ai sensi fisici!

Perché se l'intento di Kant fu di proiettare -cosa a mio avviso errata- l'essenza dell'oggetto, quindi la sua realtà, aldilà dell'umana possibilità di conoscere, alla fine del mio secolo l'essenza dell'oggetto, di ogni oggetto, si trovò simultaneamente al di là e al di qua.

Al di qua perché il denaro divenne l'intimo, quindi ultimo, valore d'ogni cosa. E il denaro é aldiqua, assolutamente aldiqua, inesorabilmente aldiqua.

Al di là perché tutto può essere conosciuto, tranne il denaro!

E per forza direi! Se il conoscere é ancora moto d'amore verso l'oggetto conosciuto, come può essere amato il denaro?

Atteso che l'intimo moto centripeto del desiderio di denaro é chiudersi all'egoismo del suo possesso, piuttosto che aprirsi a quel moto d'amore che é il pensiero che conosce l'oggetto, dovremo concludere che il denaro é l'unico vero inconoscibile, l'unico vero noumeno.

E alla fine del mio secolo, prima che cambiasse ogni cosa, quando il denaro divenne l'unico e ultimo, universale metro e valore di tutto, la trascendenza si riversò sulla terra ma, inconoscibile, come inconoscibile é appunto l'oscuro desiderare -in sé- il denaro.

E così ancora immagino Kant, stupito della fine della sua metafisica. E immagino di potergli parlare, per sapere se avesse mai potuto prevedere che il suo inconoscibile "cielo stellato sopra di me" si sarebbe rovesciato sulla terra, stelle pianeti asteroidi e tutto, divenendo la più oscura delle immanenze.

E che sarebbe stato custodito nei templi-forzieri eretti, prima della fine di quella civiltà, a governare la vita dei popoli, a costituirne il benessere, prima che le idee dei grandi o i frutti della terra.

Non v'era giorno che una qualche improvvisa, incomprensibile oscillazione o mutazione del suo corso normale, non decretasse fortune o sventure per questa o quella nazione. V'erano "Borse" dov'era predetto il valore del lavoro e della fatica degli uomini, la potenza delle nazioni! Non passava giorno senza che il benessere e la serenità dei popoli, fossero amministrati da questi oracoli in nome dell'unico, inconoscibile, vero noumeno.

Qualcuno afferma che sia stato proprio il denaro a causare la fine di quella civiltà; un sincrono, sinistro presagio di tutti gli oracoli-borse della terra avrebbe causato grandi carestie. Qualcun altro afferma che tutto sia stato preparato da una confraternita occulta, e che il denaro fosse solo il mezzo di cui si servirono per perpetrare gli oscuri disegni.

E senza pretendere di affermare alcunché di definitivo e accertato, devo confessare che comincio a propendere per la seconda ipotesi, se ripenso a quella volta che ebbi la ventura di incontrare un uomo singolare, che faceva un lavoro assai singolare.

Il presidente

Si definiva "esperto in riciclaggio biologico", sorvolo per decenza sull'epiteto con cui era meglio conosciuto nell'ambiente.

Certamente era un personaggio singolare, e all’apparenza simpatico. Uno di quelli che credono di aver trovato l'eldorado o la panacea universale, e lottano tutta la vita per affermare questa loro ossessione.

Né, ad essere onesti, gli si sarebbe potuto dar completamente torto, alcune sue argomentazioni sembravano convincenti. C'era però una vena di follia, un lampo negli occhi che lo rendeva alle volte inquietante, alle volte ridicolo. Insomma, era reputato un mezzo matto.

Ebbi modo di conoscerlo, o per meglio dire, irruppe fragorosamente nella mia vita per cause di lavoro; a quei tempi mi guadagnavo da vivere come progettista di impianti d’automazione, e questo lo aveva spinto, nella speranza di ottenere una consulenza gratuita, a cercarmi.

Irruppe fragorosamente, dicevo; offrendomi, come era solito fare per cronica mancanza di ogni altro mezzo (così almeno credevo), una partecipazione societaria che inevitabilmente, a progetto concluso, mi avrebbe arricchito oltre ogni ragionevole aspettativa.

Io che ai sogni dell'avvenire ho sempre preferito, perlomeno sul lavoro, le prosaiche certezze del presente, tentai di declinare l'offerta. Ahimè, invano: non era facile toglierselo di torno, l'avrei imparato a mie spese.

L'idea in breve era la seguente: atteso che la maggior parte delle risorse energetiche, carbone e petrolio inclusi, é di provenienza biologica, atteso che la disponibilità di dette risorse dipende in larga misura dai lenti, a volte millenari, cicli naturali, atteso che i processi biochimici di trasformazione coinvolgono in vari aspetti l'alimentazione animale e umana, resterebbe da unificare e controllare la temporizzazione dei vari cicli, potendo estrarre il prodotto, sempre lo stesso prodotto nelle sue varie fasi di lavorazione, sia come risorsa combustibile che come risorsa alimentare.

E atteso che il prodotto e la materia prima, ampiamente intercambiabili, non sono altro che fasi diverse di lavorazione, converrà introdurre come materia prima del ciclo produttivo, la fase in cui il componente costa meno ed é più abbondante in natura.

Ecco in breve l'idea alla base del C.L.U.B. (Convertitore Liquami Unificato Biologico): introdurre la fase biologica più disponibile e a buon mercato e ottenere, in tempi brevi, quella più conveniente da produrre al momento. E Potrà essere metano o carbone, banane o purè di patate, besciamella oppure gasolio, completamente programmabile.

Evidentemente la materia prima più a buon mercato non potrà che essere costituita da escrementi, animali e umani; fanno anch'essi parte del ciclo e, salvo un piccolo dettaglio, sono compatti e facilmente trasportabili.

Il dettaglio consiste nel fatto che detti escrementi andrebbero preventivamente liofilizzati, l'acqua infatti é pesante e si trasporta già da sé, ve n'é dappertutto.

Gli escrementi liofilizzati (presso appositi centri) sono immagazzinabili per lunghi periodi, assolutamente inodori, ogni processo biologico é bloccato dall'assenza di acqua, leggeri e trasportabilissimi.

Forse quest'ultimo dettaglio gli valse l'epiteto di cui sopra, e di cui comunque dovrò far cenno più avanti.

Non me lo potei più togliere di torno. La società era ormai cosa fatta, per lo meno nella sua mente; ed io che, lo volessi o no, ne facevo ormai parte a pieno titolo come responsabile dei processi d'automazione, rimuginavo su come potessi defilarmi nella maniera più rapida e irrevocabile, ahimè invano.

Per di più la sua furia organizzativa giunse a concepire un coinvolgimento -in fondo eravamo soci e bisognava conoscersi- delle rispettive sfere affettive e familiari. Furono scampagnate e inviti a cena, da me sempre temuti, non saprei dire se più per il tedio della sua presenza o per il fatto che inevitabilmente fossi io a pagare i conti, tanto poi avremmo sistemato tutto, a progetto concluso.

Avrei saputo più tardi da un amico che non ero certo il primo che aveva tentato di coinvolgere nella sua strampalata iniziativa, subito ribattezzata nell'ambiente degli addetti ai lavori "CLUB della merda secca"; ovvia a questo punto la ragione dell'epiteto con cui era comunemente conosciuto, era il presidente del club della merda secca.

Il club
Dunque non ero certo il primo, evidentemente ve n’erano altri.

Il presidente, chiamiamolo così per ora, associava alla sua cronica mancanza di denaro, una specialissima attitudine alle relazioni sociali; d’altronde l’avevo già sperimentato sulla mia pelle, era difficile sfuggire alla sua prorompente invadenza.

Vantava un incredibile numero di amicizie, tanto altolocate quanto improbabili, a meno che non fosse in grado di esercitare su tutti la stessa, opprimente influenza, che sembrava esercitare su me.

Non si sarebbe creduto che disponesse del potere che effettivamente esercitava, l’avrei scoperto accettando una sua raccomandazione, e ancora adesso mi chiedo cosa mai potesse porre in opera, lui che non disponeva del becco di un quattrino, per aver, così, tutte le porte aperte.

Né potrei spiegare come tanto potere non si traducesse per lui in agiatezza economica; non era un avaro, certo non ne dava l’impressione. Al momento giusto era capace di tirar fuori la soluzione a qualunque problema che non riguardasse la paurosa voragine dei suoi conti correnti.

A non conoscerlo si sarebbe definito un filantropo, capace di aiutare tutti ma non sé stesso. Io però lo conoscevo bene.

Aveva intessuto una fitta rete di relazioni che, più che sul suo potere diretto, si basavano su debiti e favori reciproci, di cui era soltanto mediatore; una specie di banca della raccomandazione, e lui, banchiere, incassava puntualmente gli interessi.

Evidentemente questi spesso cospicui interessi, non erano tali da permettergli un quieto e agiato vivere, troppe cose bollivano nella sua pentola, e se avesse avuto cento volte di più, avrebbe combinato e intrallazzato per centouno volte, era fatto così.

E allora quanti erano, o meglio quanti eravamo, giacché con la storia della raccomandazione mi c'ero calato dentro fino al collo, i soci del club?

Forse non avrebbe saputo dirlo lui stesso; chissà quanti responsabili dei processi d’automazione aveva contattato, adescato, chissà a quanti aveva proposto, commissionato, chissà con quanti aveva stretto accordi, collaborato!

Cominciai a vederlo come una specie di sacerdote della cartamoneta, oscuro e orribile noumeno che promette il potere, a patto che questo potere non si abbia per sé; effettivamente sembrava che per lui le cose andassero proprio così: sapeva muovere tempeste, ma non un alito di vento che potesse dargli sollievo.

Cominciai a supporre che esistessero davvero, esseri siffatti, e se esistevano, certo il presidente ne era, perlomeno ai miei occhi, la prova più convincente.

Cominciai a pensare di dovermi occupare più seriamente di quest’uomo, così incomprensibilmente entrato nella mia vita.

Mistero

Come, alle volte, il mistero entra nella vita di un uomo sconvolgendone le certezze!

E come la razionalità sembra vacillare di fronte ad una percezione più ampia dell’universo che ci circonda; come saprebbe immaginare, chi è allegro e in salute, le ansie e i turbamenti della malattia!

Così mi sentivo, strappato alla mia consueta, solare positività, di fronte a qualcosa che era lì, presente, e non sapevo pensare.

E non è forse una malattia, ciò che accompagna ogni rivolgimento interiore o evoluzione umana? Non è forse tra le paure e i dolori che veniamo al mondo, non è con ansia che muoviamo i primi passi, non è nella sofferenza e nel superamento di sé lo stimolo ad ogni elevazione dell’arte?

Così l’ampliarsi del panorama del mondo, finché non si faccia limpido, chiaro pensiero, è solo oscura visione e turbamento. Non fu forse nell’oscurità e nel terrore, che le Sibille profetavano ciò che esse stesse non sapevano comprendere?

Così mi sentivo, alla soglia di qualcosa che avrebbe portato me alla comprensione di esseri ed eventi che sfuggono alla coscienza dell’uomo, e il mondo verso un rivolgimento radicale di ogni convenzione normale e accettata.

Né posso dire -parlo col senno di poi- che coloro che attorno a me muovevano la realtà in così possente divenire, fossero pienamente coscienti di quel che accadeva. Il destino alle volte muove come un vento nella foresta, e noi, singoli alberi, ne sappiamo solamente trasmettere una nota nello stormire delle foglie percosse. Singole note di una sinfonia di cui è ben difficile cogliere l’armonia complessiva, che si chiama Storia.

Così mi sentivo, percependo il tremito sotterraneo di questo volere possente e, ancora incapace di contemplarne la luminosa armonia, mi andavo paragonando al malato, che nelle sue vertigini sente sfuggire la vita, siccome io il senso di essa.

Al lavoro

Non era facile avere con lui un rapporto che non fosse d'esteriore praticità, che non riguardasse i mille progetti che turbinavano nella sua mente. Così, ogni mia domanda diretta a comprendere qualcosa di più intimo riguardo lui stesso, il suo modo di vedere e di fare le cose, rimaneva inevitabilmente elusa, senza risposta.

Non sarebbe stato certo interrogandolo che avrei saputo quel che mi premeva comprendere, questo semmai frapponeva ostacoli e ingenerava in lui la convinzione che il mio attardarmi, oziare attorno a queste inutili -le chiamava così- elucubrazioni, ci distogliesse dalla concretezza del lavoro e dei progetti che urgevano.

Niente di peggio che ingenerare in lui la convinzione che il mio stato d’animo dipendesse dalla mancanza di idee e voglia di fare; niente di peggio che portarlo a pensare di dovermi ulteriormente caricare di lavoro: per scacciare quei pallidi fantasmi che annebbiano la mente, così diceva, di chi passa in ozio il suo tempo.

Volevo conoscere, e in questo non avrei trovato alleato peggiore.

Né posso dire di non comprendere il suo modo di vedere le cose, che d’altronde riguarda la maggior parte degli uomini; è ben difficile distinguere il pensatore da colui che ozia, e la sana attitudine del genere umano di non potersi fermare a riflettere, in fondo, protegge la vita degli uomini, incapaci di profondo pensare, dall’ozio e dall’abulia.

Solo, l’insana attitudine a reputare noi stessi metro e valore dell’universo intero, ci impedisce di considerare e apprezzare ogni diversità; laddove si manifesti l’alterità, la si considera alla stregua di ciò che va punito e corretto. Chi è uso abbuffarsi a tavola, guarderà sempre con sospetto chiunque, senza costringersi a una dieta, sia capace di un minimo equilibrio alimentare. Ciò che è diverso da noi è malato, inesorabilmente.

Dunque apparivo malato ai suoi occhi, quantomeno bisognoso delle sue, ahimè obbligatorie, attenzioni. Cominciò a propormi un lavoro presso un non meglio identificato “Ente per l’unificazione dei diametri delle boccole per l’aerazione nei sistemi industriali”; doveva essere un qualche ente fantasma, di quelli che lui stesso faceva sovvenzionare grazie ai suoi strani giri di favori e raccomandazioni; sarebbe stato meglio, diceva, della mia non sempre certa attività di consulente. E grazie, pensavo io, soprattutto a clienti come lui.

Intanto uno stipendio sicuro mi faceva obiettivamente comodo, così accettai. Il mio lavoro all’ente sarebbe stato praticamente un’ottima copertura per dedicarmi con maggiore impegno e costanza al progetto del CLUB, la cui definitiva realizzazione, lungi dall’essere ormai a portata di mano, rischiava di sommergere in quelle stesse putride paludi che pretendeva, una volta liofilizzate, trasformare nella ricchezza e serenità dei popoli.

All’ente mi attendeva un ufficetto, poco più di un sottoscala, ma silenzioso e sereno, lontano da ogni trambusto.

E soprattutto una parete di scaffali stracolmi di cartacce all’apparenza inutili: scartoffie, come se ne trovano presso ogni ente o ufficio pubblico che si rispetti.

Frattanto, quella che mi era sembrata la massima delle sventure, si rivelò una fortuna inaspettata; il presidente, troppo preso da mille altri impegni, cominciava a disinteressarsi al progetto del CLUB ed io, non avendo di meglio da fare, mi ero messo a curiosare tra le cartacce, attività per me estremamente rilassante.

Avevo un discreto stipendiuccio e, sollevato da ogni problema d'impegni di lavoro e scadenze, mi sprofondai nella lettura di un libro che avevo trovato mezzo nascosto tra le cartacce: una “Introduzione alla pianificazione e controllo dei flussi economici internazionali” con sottotitolo “Con particolare riguardo al problema della normalizzazione socio-politica”.

Un libro per addetti ai lavori di scienze economiche e sociali, si sarebbe detto; non so perché attrasse la mia curiosità, forse era qualcosa di più, e ancora una volta il destino mi spingeva forte alla scoperta di ciò che non sospettavo.

Il libro

Introduzione alla pianificazione economica della civiltà, ecco di cosa si trattava. Si voleva dimostrare, nel manuale, come si potessero pilotare avvenimenti politici manipolando una certa quantità di denaro nelle diverse valute.

Io fino allora, ingenuamente, avevo pensato che chi volesse controllare la vita sociale, dovesse spendere ingenti quantità di denaro, per questo la cosa mi sembrava praticamente impossibile; quel libro affermava invece che, volendo per esempio condizionare il risultato di elezioni politiche, a seconda della nazione in questione, si poteva investire un miliardo di dollari e, manovrando le valute in un certo modo, recuperarne anche due.

Come, recuperarne due!

Ma allora il potere non consisteva nel mero possesso di denaro; d’altronde chi spende il suo denaro per esercitare un potere, ben presto non potrà più esercitarne alcuno. Il segreto cui alludeva il libro era che il potere è legato alla circolazione del denaro, concetto infinitamente più sottile del mio grossolano pensare che potesse bastare spendere del denaro per avere qualcosa, un potere.

Bisogna invece capire come farlo circolare: non è forse, il sangue dell’uomo, il più profondo veicolo della sua individualità? Non è forse nella circolazione del sangue nell’organismo umano che si sviluppa ciò che chiamiamo “Io”?

Supponiamo dunque di far circolare il denaro come se fosse il sangue della terra; pulsante attraverso le arterie e le vene degli scambi economici, comincerà a manifestare un’individualità che si estende sulle nazioni, certamente non umana.

Già, e di chi, allora?

Come cominciavo a comprendere il presidente! Chi vorrebbe svenarsi per affermare la sua individualità? Non si tratta quindi di avarizia, l’io dell’uomo si esprime nella circolazione del sangue, non certo nella morte per emorragia!

Così questo strano sacerdote badava bene di non sprecarne neppure una goccia; dallo sterile usare il denaro per le proprie contingenti necessità, alla sottile attivazione del suo oscuro potere per via di circolazione e dinamizzazione, passa la stessa incolmabile differenza che tra la mia dabbenaggine di allora e la consapevolezza di oggi, oggi che tutto è mutato.

E il libro poi; forse del tutto consapevolmente mi aveva portato vicino a quel libro; chissà che in queste vicende non si celasse la sua decisione di rispondere alle mie domande; forse l’avrei saputo ben presto, giacché mi stava chiamando al telefono.

Una telefonata

Mi stava proprio chiamando al telefono; la sua voce però non era la solita, isterica voce di sempre. Un tono forse più sereno, allusivo. Divertito?

Mi stava chiedendo del libro: “L’avrà già scoperto, immagino; lo sta leggendo?”. Mi aveva guidato del tutto consapevolmente fino a quel libro e non si faceva scrupolo di farsi gioco di me, che ancora una volta dovevo rivedere le mie congetture e ipotesi su quella così strana personalità.

“Lo legga, lo legga, il progetto del CLUB non è forse così importante: alla luce di quel che accade in questi giorni mi servirà molto il suo aiuto, dovremo unire le nostre forze nel miglior modo possibile.”

Cosa stava accadendo?

La mia innata avversione per gli avvenimenti politici e mondani, fosse il festival di Sanremo o la formazione di un nuovo governo, faceva sì che mi tenessi a debita distanza dalla frenesia associativa degli uomini, quelli comuni intendo; stavolta però avrei dovuto, mio malgrado, occuparmene.

In breve si trattava di questo; fin dalla prima introduzione della nuova moneta europea, le cose non erano andate così bene come ci si sarebbe aspettato; non per la popolazione, che continuava a dibattersi tra i problemi di sempre, ma l’organizzazione delle banche e dei grandi enti economici aveva risentito della novità in maniera non certo positiva.

Nulla che per me, uomo della strada, fosse di facile comprensione; se l’economia era sempre stata una scienza oscura, adesso più che mai le sue leggi si dissolvevano nel buio di una notte che, per i non addetti ai lavori, non aveva aurora.

Forse certi equilibri economici, prima protetti dall’autonomia dei singoli governi, si stavano incrinando irrimediabilmente. Certo, qualcuno doveva trarre vantaggio dalla situazione, se è vero che la banca centrale europea godeva di gran prosperità, se certi grossi investimenti industriali nel vicino oriente sembravano andare a gonfie vele; il mio presidente continuava a parlare al telefono di certe partecipazioni, di certi impegni finanziari, di un certo funzionario delle nazioni unite che presto avrei conosciuto: cosa mai poteva volere da me?

Dire che quella mattina mi sentissi confuso è dir poco, mi sentivo anche svogliato e nauseato; più ci almanaccavo sopra e meno capivo; il funzionario dell’ONU, il mio presidente e i suoi flussi economici, il libro poi!

Avevo bisogno di fare il punto della situazione, d’altronde lavoravo all’ente già da qualche mese. Avrei potuto prendere qualche giorno di vacanza? Non ebbi difficoltà, una settimana lontano dai telefoni e dal trambusto, dal presidente e dalle sue ossessioni. Avrei portato il libro con me? Certo che no!

In vacanza

Una settimana di oblio allora, restava solo da scegliere il posto adatto; di certo non ne avrei parlato al presidente, passino le trambate del destino, la zappa non me la darò certo sui piedi.

Avevo scelto una situazione tranquilla, un posticino in montagna a metà tra la piccola pensione e il rifugio alpino; non era il massimo del comfort ma la serenità era assicurata, boschi silenzio e soprattutto assenza di campo, il mio cellulare si era irrimediabilmente ammutolito.

Forte di questa mia nuova invisibilità volli immergermi nel possente silenzio della montagna, era da tempo che non ne respiravo così; la natura, anche in quegli anni bui, sapeva ancora mostrare i suoi prodigi a chi ne cercasse la magia nascosta, ed io che di oscure magie economiche ne avevo fin sopra i capelli, volli tornare discepolo di quella, sola antica arte, che possa dar contezza all’uomo della sua origine.

E il mondo vegetale tornò ancora una volta a raccontarsi nelle sue celesti corrispondenze, ancora una volta l’opera degli Dei si rischiarò per me nel pensare della sua origine: le forze di un antico discepolato non si erano ancora disperse, ne respirai con vigore.

Più intensamente che negli anni trascorsi, le forze mi rimandavano ai misteri della sepoltura e della rigenerazione; l’aspetto lunare di esse, che mai avevo saputo comprendere, faceva più pressante il suo richiamo.

E’ un vibrare più intenso del volere, che alle volte si manifesta nella serenità dei cimiteri o nella germinazione del seme, ciò che mi si cominciava a mostrare, quasi rimproverandomi di non aver mai considerato con sufficiente attenzione quella potenza della notte, creatrice e distruttrice di vita, rispetto alla luminosa solarità della fioritura del giorno.

E di nuovo si presentava il senso sottile della malattia, a mostrarmi come i misteri della notte siano in relazione al morire, se se ne illumina la coscienza, così come nel nascere hanno il loro dominio, a patto che la coscienza non ne sia coinvolta.

Di nuovo sentivo sfuggire il senso della vita verso misteri più ampi e profondi di quanto non fosse già aperto alla mia comprensione; non v’è rinascita che non debba conoscere la tomba di una precedente esistenza.

Ed io, presto avrei conosciuto la mia tomba.

Tra passeggiate e meditazioni la settimana era volata via, non posso dire che mi fossi del tutto rasserenato, forze ancora oscure tendevano il mio volere; ma una salda consapevolezza e volontà del futuro faceva sì che discendessi quei sentieri con piede più fermo di quello con cui li avevo affrontati salendo: mi sentivo a un passo dalla nuova verità, e così, un po’ per il discendere e un po’ per l’ansia del nuovo, affrettavo i miei passi; quasi che la speditezza dell’andare potesse mutarsi nella speditezza del conoscere ciò che tanto anelavo.

Il funzionario
Una piccola valanga di appunti s’era frattanto riversata sulla scrivania del mio ufficetto, il presidente doveva saperne qualcosa, erano tutti suoi.

Pareva che avesse ritrovato la solita verve che lo contraddistingueva; così di botto, in una settimana, aveva prodotto per me quella montagna di cartacce.

Delle due possibilità, bruciare subito tutto senza leggere, o cominciare a smaltire almeno le evidenze più urgenti, scelsi la seconda; sicuramente non perché ardessi dalla voglia di lavorare: il presidente sapeva farsi, se non proprio temere, almeno rispettare.

Stavo per aggredire la mia seconda montagna nel giro di un mese, quando bussarono alla porta; un signore dall’aria non saprei dire se più anonima o melensa mi si presentò come “funzionario dell’ONU addetto alla cooperazione tecnologica tra i paesi in via di sviluppo”; la più impellente delle mie evidenze era di fronte a me in carne e ossa.

Seduto, senza voler attendere il minimo cenno d’invito, aveva cominciato a sciorinare non capivo bene se i suoi problemi personali o la storia del genere umano dal paradiso terrestre a oggi; seguirlo nei discorsi era un’impresa, annuire ogni tanto una necessità; una certezza emergeva chiarissima nella prolissità del discorso: mi trovavo in presenza di un logorroico.

Tanto valeva lasciarlo parlare aspettando che si chetasse la furia, gli avrei chiesto più tardi, con calma, un sunto di ciò che voleva da me.

Sembrò interpretare il mio stato d’animo perché, cambiando all’improvviso tono di voce dopo un profondo respiro, esordì con un “…in sintesi, esimio ingegnere, si tratterebbe di rafforzare il controllo delle attività militari legate alla ricerca in quella regione”.

Doveva essere stato il presidente, in ciò d’indole sicuramente meridionale, che mi aveva presentato come ingegnere senza che lo fossi; amava distribuire titoli accademici e onorificenze più di quanto non amasse pagare i suoi conti, forse era proprio il suo modo di mettersi a pari.

La regione in questione era uno staterello tra la Russia e non so più quale altra ex repubblica sovietica; un fazzoletto di terra governato con manie di grandezza da un “generale”, così si definiva, voluto dal popolo; in realtà quella nazioncina doveva essere una specie di “fiera itinerante del colpo di stato”, giacché ve n’erano almeno un paio al mese, e i suoi confini si trasformavano con maggior mobilità che non i contorni delle pozze d’acqua in un giorno di pioggia.

Insomma, un posticino da evitare con la massima cura, sennonché il funzionario logorroico pareva avesse deciso di farci una gita proprio assieme a me.

Il generale

Il viaggio era stato un inferno, la città però era davvero graziosa.

Certo, nulla che potesse assomigliare agli agi e alla civiltà delle nostre capitali d’occidente; l’albergo dove avevamo trovato alloggio “il migliore della capitale” ci assicurava un untuoso funzionarietto di dogana, era poco più di una locanda, però pulita, e vi si respirava una magnifica aria. Si sarebbe detto un posticino davvero tranquillo, a patto di non volersi occupare di politica, cosa che da quelle parti mieteva più vittime della febbre gialla.

Io di politica non avrei voluto certo occuparmi, e non capivo bene neppure cosa ci fossi venuto a fare. Il funzionario dell’ONU parlava di controllare certi macchinari, certi impianti, ed io avrei dovuto preparare una relazione.

Per il lavoro c’era tempo, lavate via le fatiche del viaggio ci attendeva un'improbabile “limousine” alla porta dell’albergo: avremmo avuto l’onore di un invito a cena a casa del generale.

“Es un onor por mi pueder ospitare usted in my maison” esordì il generale; gli avevano detto che ero italiano e mi accoglieva sfoggiando -a suo dire- l’idioma dei miei antenati.

Qualcuno gli sussurrò poche parole a un orecchio, che dovevano suonare simili al nostro “parla come magni”; sarebbe stato meglio di certo, visto che avevamo con noi un interprete.

La serata scivolò via senza altri vistosi incidenti, salvo una certa ombrosità del generale, che si accentuava ogni volta che il funzionario dell’ONU gli ricordava gli impianti da visitare; doveva essere una vecchia base in disarmo dell’Armata Rossa, forse nucleare; io dubitavo seriamente di potervi trovare qualcosa d’altro che ruggine, il generale però sembrava tenervi in modo particolare.

La mattina seguente eravamo già sul posto; come pensavo si trattava per lo più di vecchi capannoni in disarmo; la ruggine disegnava sulle lamiere gli stessi impietosi segni che le rughe sul volto di un vecchio, ormai in attesa di una morte serena.

Il generale però sereno non sembrava affatto, non tanto per la vetustà dei capannoni, al cui interno nulla avrebbe potuto giustificare un sì faticoso viaggio e l’impegno addirittura dell’ONU, quanto per certi piani e carte custoditi in un ufficio attiguo ai capannoni; progetti, si sarebbe detto, di apparecchiature a energia nucleare.

Progetti che il generale avrebbe potuto certamente nascondere, se non fosse stato per il fatto che il funzionario dell’ONU era inspiegabilmente al corrente d'ogni cosa, e sembrava muoversi con sicurezza tra gli scaffali che custodivano quelle carte.

Ogni tanto il funzionario sottoponeva un fascicolo, scelto fra gli altri con strana familiarità o singolare perizia, alla mia attenzione: credetti di avere le traveggole quando me ne porse uno sul cui frontespizio campeggiava a grandi caratteri la scritta “C.L.U.B.”.

Il piano

Ora più che mai qualcuno avrebbe dovuto spiegarmi cosa stava accadendo! Se si stava giocando con la mia pazienza era ora di smetterla, e se invece l’affare di cui ero involontario protagonista fosse qualcosa di più serio, il funzionario avrebbe dovuto spiegarmi tutto, dall’inizio alla fine.

Richiusi il fascicolo sotto gli occhi allarmati del generale, spiegando che gli avrei dato un’occhiata la sera in albergo, con calma. Il funzionario sembrò approvare la cosa, visto che mi precedette velocemente alla macchina che ci aveva portato fin lì.

La sera in albergo però non avevo nessuna intenzione di mettermi a studiare quelle carte, mi premeva piuttosto spremere il funzionario come un limone. Visto che tutti assieme continuavano a farmi fare la figura del fesso, tanto valeva che entrassi definitivamente nel gioco e mi si spiegasse finalmente a cosa stavamo dando la caccia, merda secca o altro che fosse.

Malvolentieri, e torcendosi come un’anguilla col mal di pancia, il funzionario cominciò a parlare del piano; sembrava avesse perso quella logorrea che amava sfoggiare, quando voleva intrattenere ore senza dir nulla. Stavolta l’avevo in pugno: lui e una lunga notte alla luce del camino avrebbero fatto chiarezza su quel che mi premeva sapere.

Malvolentieri, e cavando le parole una ad una come se dovesse cavarsi i denti, cominciò a confessare la più incredibile storia che mai abbia ascoltato, e sembrerà più incredibile ai miei lettori, che crederanno alle tesi del funzionario come si crede a un romanzo.

Non era un fesso qualunque, il mio presidente; se ancora non me ne fossi accorto, manovrava con disinvoltura, mi disse, tra i servizi segreti di mezzo mondo; era stato all’epoca agente per non si sa quale potenza straniera, e come spesso accade agli agenti, era stato scaricato dopo un’operazione di quelle in cui è facile restare “bruciati”.

Aveva mantenuto però la fitta rete di contatti che aveva a suo tempo costituito, e questo gli permetteva di continuare a manovrare, ora per questa ora per quella potenza, quasi come un tempo, quando era coperto come alto funzionario diplomatico.

Era stato scaricato dopo un’operazione di quelle in cui è inevitabile restare bruciati, soprattutto se si cerca di trafugare i piani, mi spiegò il funzionario, di certi esperimenti termonucleari avvenuti parecchi anni prima in un atollo del pacifico; esperimenti noti a tutti nella loro veste ufficiale, a ben pochi nella loro realtà.

A dire il vero, a seguire attentamente le cronache dell’epoca, si sarebbe potuto trovare un riscontro tra le esplosioni avvenute e certi fenomeni vulcanici che le avevano puntualmente accompagnate, e qualcuno aveva anche cercato di mettere in relazione le due cose; ma si sa, spesso la fantasia, se non lo sterile fantasticare, ci fa intravvedere piani e congiure laddove operano soltanto leggi naturali e necessità contingenti.

Sta di fatto che la relazione, a sentir lui, c’era.

Anche certi studi, per lo più astrusi, sull’interazione tra forze gravitazionali e nucleari, avrebbero potuto far luce sulla faccenda. Ma se io stesso, che in materia non mi reputo certo l’uomo della strada, ancora oggi riesco con difficoltà a comprenderne i nessi, chi tra i non addetti ai lavori, inevitabilmente coinvolti nella faccenda e costretti al silenzio, avrebbe potuto capire di cosa si trattava?

In ogni caso pare che il progetto originario del CLUB non fosse farina del sacco del mio presidente, e il documento che mi ritrovavo tra le mani doveva risalire all’epoca di quegli esperimenti.

Non avrei cavato molto di più dal funzionario dell’ONU, se non che il presidente era riuscito in qualche modo a raggirare anche lui. Almeno questo ci accomunava, se non la vicinanza di camera, visto che di lì a qualche ora sarebbe misteriosamente scomparso.

Non mi restava dunque che immergermi nella lettura del documento, sperando, se possibile, di comprendere qualcosa di più a proposito del piano.

Alchimia

Non era del tutto pane per i miei denti, quel documento; un inverosimile proliferare di formule chimiche mortificava ad ogni pagina l’opinione che avevo di me, non già come addetto ai lavori, ma addirittura come semplice studente che aveva pur compulsato tomi di fisica e chimica, negli anni ormai lontani dell’università.

In fondo ero solo un esperto di impianti d'automazione, e quel progetto, se mai non si fosse trattato di fantascienza o fantapolitica, necessitava di competenze, quantomeno ricordi scolastici, ben più sostanziosi di quelli che potevo vantare io, svogliato ex-studente di ingegneria.

Così, risoluto a ridimensionare la partecipazione al progetto entro la sfera delle mie competenze specifiche, meditavo ancora una volta di scrollarmi di dosso il CLUB, il presidente, il generale, il funzionario dell’ONU e quant’altro si potesse frapporre fra l’oberato “me” di adesso e quello, inconsapevole e sereno, di qualche anno addietro.

In quanto a scrollarmi di dosso il funzionario dell’ONU, il destino mi avrebbe accontentato di lì a poco; la notte non era passata insonne per me solo, il mio logorroico amico se n’era approfittato per darsela a gambe, mi comunicava il generale appena giunto in albergo.

Inutile ovviamente chiedere spiegazioni: “Usted comprenderà my costernacion” insisteva il generale ancora nell’idioma dei miei antenati; avrei dovuto abituarmici, visto che non sembrava avere intenzione di rinunziare all’onere del mio mantenimento, vitto alloggio e quant’altro, come ospite della repubblica.

Né valsero a nulla le assicurazioni in merito alla mia totale incompetenza a proposito delle carte cui tanto teneva; sembrava certo che una fattiva, “culturale collaboracion” diceva, con alcuni studiosi che mi avrebbe di lì a poco fatto conoscere, avrebbe sortito sorprendenti progressi.

Io, al contrario, sorprendente reputavo solo il mio fato, che da un tranquillo ufficetto paraministeriale mi aveva scaraventato in una repubblichetta dei Balcani, mezzo agente segreto e mezzo esperto in tecnologie militari, in balia di qualunque nuova calamità si volesse addensare sul mio povero capo.

Per fortuna il generale mi considerava davvero un ospite, a tutti gli effetti; il mio soggiorno non era privo di quella tranquillità propria di una vacanza in un’isolata ma accogliente località di collina; seppure il clima continentale non si confacesse del tutto alle mie abitudini, una sana alimentazione e un’aria ancora silvestre, come da noi ormai è difficile respirarne, facevano miracoli, sul mio corpo non meno che sul mio spirito.

Per di più avevo cominciato a fare qualche amicizia: un “Pope” si sarebbe detto, visto che da quelle parti era praticata l’ortodossia cristiana, che per fortuna parlava decentemente l’italiano, cominciò a frequentarmi.

Che conoscesse appieno il progetto e facesse parte del piano non l’avrei creduto possibile, e in effetti non ne faceva parte; ma la sua profonda cultura, associata al fatto che di certo frequentava il generale, lo rendeva più edotto di me su diversi aspetti di quella strampalata faccenda.

Una cosa però lo distaccava di netto dalle altre figure il cui destino si era o si sarebbe intrecciato col mio: del Piano aveva una visione assai singolare, direi diametralmente opposta agli aspetti che fino allora me n’erano stati presentati.

La possibilità della trasformazione della materia attraverso processi chimico-fisici lo faceva sorridere; esisteva piuttosto, a sentir lui, una ben più seria possibilità, avrebbe voluto dire se non avesse temuto di esporsi, alchemica.

Sophia

Non potrei certo dire di aver attraversato la giovinezza insensibile al fascino delle allegorie che celano il senso vero, così credevo da giovane, delle trasmutazioni alchemiche.

La difficoltà di metterne seriamente in relazione gli aspetti immaginifici con l’esperienza interiore auto-cosciente, mi aveva però sempre trattenuto da ogni ulteriore approfondire al riguardo; così la scienza dei metalli restava ancora per me una porta semichiusa, un chiarore balenato soltanto, una strada intravista e mai più percorsa.

Né me ne rattristai più di tanto di fronte al mio pope che, finalmente abbandonata ogni remora, amava di quando in quando, nelle lunghe e serene passeggiate primaverili dei nostri dopocena, lanciarsi in appassionati monologhi sul “solve et coagula” e la “polvere di proiezione”.

Proiettando me, come se il mio fato non se n'occupasse già abbastanza, attraverso nuovi mondi, esperienze dell’anima e mutamenti continui della realtà, che -soltanto rappresentata- a torto reputiamo oggettiva e immutabile.

In fondo non dovevamo essere poi così lontani dalla magica Praga; forse la via dell’oro distava, da quelle che amavo percorrere, meno di quel che pensassi.

Certo è che, seppur idealmente, ci trovavamo ad un passo da quella, nelle nostre dissertazioni serali; mentre mi sentivo ormai lontanissimo dalla disposizione d’animo necessaria a continuare la lettura delle carte del piano.

Degli studiosi del generale poi, neppur l’ombra. A meno che egli non volesse intendere la compagnia, peraltro piacevole, del pope, con l’aiuto del quale però non avrei certo carpito chissà che importanti tecnologie, mi aveva lasciato solo e, in concreto, in balia di me stesso.

La sapienza alchemica del pope incideva sì nella mia interiorità, ma non direttamente, non in quanto tale.

Mi rimandava piuttosto a personalissime esperienze interiori, che nel suo dire trovavano particolare risonanza. Attraverso la descrizione delle fasi dell’opera, ritrovavo il me stesso di certi sogni o certe intuizioni, troppo fugacemente balenati alla mia coscienza perché potessero tramutarsi in chiaro pensare.

Né io cercavo in alcun modo di sollecitare la piena espressione di quelle, le riponevo anzi nell’intimo perché meglio potessero addensarsi, complice il tempo, in coscienza.

Così, nel maturare silente di quei giorni sereni, una Dea compiva, non vista, la sua opera; ne avrei respirato il potere nei giorni più bui che mi attendevano, visto che il presidente era giunto lì, a prendermi.

Europolis

M’ero quasi scordato del mio presidente! E invece eccolo lì, arrampicarsi più vispo che mai per le scalette della locanda, col generale, praticamente preso al guinzaglio per la cravatta, che farfugliava incomprensibili scuse. Sempre e comunque, vaddasè, nell’idioma dei miei antenati.

Devo confessare che ogni tanto mi capitava di ammirarlo, il mio presidente. Piccolo, pelato, occhiali da sole, sguardo da pescecane e sorriso a trentadue denti che, al contrario dei miei, rilucevano d'affilata voglia di sbranare chiunque osasse mettersi sulla sua strada. E il generale sembrava molto convinto delle mie estemporanee riflessioni, a giudicare dalla quantità e qualità dei salamelecchi con cui ribadiva la sua completa sottomissione.

Saremmo partiti presto, seppure con la traballante jeep con cui s’era avventurato a cercarmi, lui e due omaccioni ben piantati e bene armati, che però non aggiungevano granché, se ancora se ne potesse aggiungere, alla grinta del suo sorriso da pescecane.

Saremmo partiti presto, non prima di un saluto al mio pope che, gli occhi lucidi dall’inaspettata emozione, cercava di infilare un libercolo “da meditare con calma, mi raccomando”, tra le pieghe e le tasche del mio cappotto.

Saremmo partiti presto e arrivati tardi, visto il mezzo e le asperità delle strade, ad un piccolo aeroporto che ci avrebbe consentito, di lì a pochissimo, di volare verso la nuova capitale.

Già, la nuova capitale! Quante cose erano cambiate in quei pochi mesi, com’erano precipitati gli eventi!

Il presidente cercava di dipingermi un quadro, il più possibile preciso e sintetico, della nuova situazione politica; io, avvezzo ormai più a lente passeggiate e serene meditazioni che alla necessità di cogliere lucidamente il rapido evolversi di quelle vicende, annaspavo senza ritegno.

In breve, il clima di tensione già da tempo esistente tra la Confederazione Panamericana e l’Unione nord-orientale dei Mongoli era degenerato in vera e propria guerra.

Gli Stati Europei coalizzati, nel timore di un’estensione delle ostilità sul fronte occidentale, avevano costituito un grande quartier generale, vera e propria capitale di guerra, in posizione strategica per resistere ad ogni possibile tentativo di attacco.

Da qui si dipartivano ordini e truppe per ogni angolo d’Europa; qui aveva, il mio presidente, il suo nuovo ufficio; io ovviamente il mio.

Com’era cambiata quella città dall’ultima volta! Il procedere ampio e sereno dei viali alberati, eleganti nel loro intrecciarsi a quadrivi, aveva lasciato il posto alla furia dell’emergenza e alle fortificazioni.

Antenne e cannoni facevano capolino dalle terrazze dei palazzi, un tempo eleganti e mondani, e ormai requisiti alle necessità della guerra.

Non che vi fosse vera guerra, al nostro quartier generale. V’era piuttosto un furioso procedere e organizzare, un frenetico diffondersi di notizie e smentite, ordini e contrordini, vai e vieni che, lungi dall’assicurare efficienza guerresca e protezione ai civili, intimoriva la popolazione e confondeva animi e idee.

Lo scoppio della guerra aveva ovviamente messo in ombra la preoccupante situazione economica che avevo lasciato, le leggi d’emergenza avevano congelato inflazione e scambi economici in modo tale che, in fondo -affermava ridacchiando il presidente- si stava peggio quando si stava meglio.

Mi avevano acquartierato in un’allegra pensioncina vicino al fiume, il quartiere degli artisti, dicevano; la zona non pareva essere d’importanza strategica per i destini del mondo, e così, finito il lavoro d’ufficio, potevo godere di qualche scampolo di serena e romantica civiltà, bene raro e prezioso in quel clima opprimente, e in quei così frenetici mesi.

Relazioni diplomatiche

Il mio nuovo lavoro alle dipendenze del presidente, che, avrei saputo, ricopriva adesso l’importante incarico di “responsabile delle relazioni con le nazioni non allineate”, una specie di ministro degli esteri di guerra, consisteva nel contattare e raccogliere le informazioni di una fitta rete di corrispondenti, frettolosamente costituita per lo più nei paesi del vicino oriente, e riferirne a lui in maniera informale e sintetica.

Almeno all’inizio si trattava di raccogliere poche notizie di second’ordine che, più che altro, avevano l’effetto di far sbuffare vistosamente il presidente, che accelerava i miei già striminziti suntini agitando significativamente le braccia, cosicché i miei impegni lavorativi si riducevano a non più di qualche minuto al giorno.

Questo mi permetteva di girovagare per i corridoi e soffermarmi a lungo presso i sempre affollati capannelli che, in qualunque quartier generale che si rispetti, s'improvvisano attorno alle macchinette del caffè.

E non v’è miglior modo di introdursi in un ambiente e farsi un’idea di cosa è conveniente dire o fare, che intrattenendosi tra domestiche e uscieri, sempre bene informati sulle più importanti questioni.

La cosa piaceva soprattutto al mio presidente, che mostrava di apprezzare queste “voci di corridoio”, ben più di quanto non gradisse i miei rapporti ufficiali.

Cosicché, lasciati ad accumulare sugli scaffali i fonogrammi dei nostri corrispondenti, cominciai ad introdurmi negli ambienti più in vista ed ai ricevimenti che si tenevano in città. Il presidente aveva capito che avevo un talento nel raccogliere confidenze e voleva sfruttare fino in fondo questa mia dote.

Ben presto venni a contatto con quella che di solito si definisce la crema della miglior società; benché non fossi troppo abituato a simili frequentazioni, almeno la qualità delle letture mi aveva educato ad un “savoir faire” che, anche in quegli ambienti, non doveva risultare grossolano e sgradito, se è vero che in capo a qualche mese, come si suol dire, facevo parte del “giro”.

Inevitabilmente finii per accondiscendere ai voleri di un eccentrico principe che, più che alla dubbiezza del titolo, doveva le sue fortune ad un riuscitissimo matrimonio con una meno altolocata, ma ben più solida, casata di mortadellari con annessa catena di supermercati.

Aveva voluto trascinarmi a certe riunioni, non segrete ma neppure del tutto pubbliche, di una confraternita un po’ a metà strada tra massoneria, circolo del bridge ed esercito della salvezza (propria, a scapito dell’altrui sciagure).

E come in tutte le confraternite che si rispettino, un vivo interesse per l’occulto, ma più intellettuale che altro, e in ogni caso mai tale da indurre a più seri propositi del puerile anelito a vincere la noia, la faceva da padrone alle riunioni mensili.

Anche in questo ebbi buon gioco, la materia non m’era di certo sconosciuta, e sebbene riservassi per me solo la serietà dei miei impegni in quella direzione, potevo facilmente distribuire citazioni e consigli che mi valsero una qualche considerazione all’interno della confraternita.

Una personalità però spiccava tra le altre; se non per forza e maestà, almeno si distingueva per senso pratico e oculato atteggiarsi, e non era poco a quelle riunioni, in cui era facile per molti scadere nel ridicolo.

Per di più occupava, con l’incarico di direttore responsabile, un importante ufficio nello stesso stabile in cui lavoravo io: intensificare i nostri rapporti, al di là della confraternita, fu inevitabile.

Una strana coincidenza

Giacché reputavo oramai una costante del mio strampalato destino, l’inevitabile imbattermi in fatti e personaggi che comunque avessero una relazione col famigerato progetto del CLUB, non mi meravigliai più di tanto nell’apprendere che anche il mio nuovo amico ne era in qualche modo coinvolto.

Una sonora risata allargava però quel faccione, già rotondo di suo, nel constatare, se non dalle mie parole prudenti, almeno dai miei sguardi di circospetta e allarmata sfiducia, l’opinione che avessi del CLUB e di tutti coloro che se n'occupavano.

“Capisco l’imbarazzo”, esordì allegramente, “davvero giustificato a considerare le tante idiozie che circolano a proposito del progetto. C’è chi vorrebbe che fosse, addirittura, la macchina per la trasmutazione degli elementi.

In realtà si tratta di molto meno, e tanto più concreto, in quanto già realizzato e funzionante: E’ un dispositivo che consente di ottenere energia elettrica dai liquami; prima sfruttando tutto il metano reso disponibile dai processi naturali di trasformazione, poi, in secondo luogo, bruciando i residui secchi della lavorazione.

C’è, è vero, chi vorrebbe farne qualcosa di più duttile e generale, ma per ora si tratta solo di studi cui, io personalmente, non credo.

Avrò il piacere di invitarla, questo fine settimana, presso una mia tenuta agricola non troppo distante da qui, dove potrà ammirarne un esemplare in funzione”.

Così sfumava il sogno del presidente e mio incubo: un normalissimo aggeggio capace di raccogliere metano organico, solo un po’ più sofisticato di quanti non se ne vedano in giro.

Possibile che il mio presidente si fosse fatto così marchianamente buggerare? I fatti parlavano chiaro, più chiaro e comprensibile degli stessi fatti sembrava parlare il mio nuovo amico.

Mesi, se non anni, di ansie e oscure intuizioni, viaggi pericolosi e rocambolesche avventure, dissolti nell’allegria di quel faccione rotondo che ancora ripeteva “quante idiozie a proposito di quel progetto!”; io, serenamente, capitolavo al suo buonumore.

Non parlai subito della novità, al presidente. Avevo bisogno di riesaminare i fatti con calma e prevedere, quanto meno, la reazione con cui avrebbe appreso la notizia.

Il resto della settimana trascorse, piacevolmente e senza intoppi, organizzando la gita alla tenuta del mio nuovo amico.

Veramente intoppo ve n’era stato uno, piccolo a dire il vero: il presidente era sparito per chissà dove, ed io avevo occupato il suo posto, con l’incarico di supplente, nella direzione dell’ufficio. Propiziato in ciò dalla raccomandazione di una persona, così mi dissero, potente e a me vicina; mi sembrò solo una strana coincidenza.

Ancora coincidenze

Minimalista?

Forse anche troppo, a giudicare da come mi aveva descritto quel che in realtà, più che una villa o tenuta agricola che fosse, pareva un laboratorio di ricerca; il sistema di controllo dell’impianto era di certo all’avanguardia, e questo io potevo ben dirlo: Sui monitor dell’elaboratore veniva visualizzata ogni sorta d’informazione, e non tutte parevano pertinenti al semplice stoccaggio del gas metano o a macchine generatrici di energia elettrica.

Malfidato?

Non nego che le ultime, avventurose vicende, che il fato m’aveva graziosamente sciorinato tra capo e collo, troppo spesso mi portavano a sospettare congiure anche laddove, l’intrecciarsi di analogie o semplici coincidenze, potesse anche solo pallidamente colorire un evento di risvolti men che consueti: Osservavo le nuvole della vita passare sulla mia testa come se potessero far piovere incudini, Damocle era un fortunato.

In effetti quei monitor visualizzavano soprattutto informazioni finanziarie: una delle attività del mio nuovo amico, come lui stesso ebbe poi a confessarmi, consisteva nel controllo di certi indicatori economici che giungevano in tempo reale fino al suo elaboratore da ogni parte del mondo. Niente di così strano in fondo; qualunque operatore di borsa dispone, per il suo lavoro, delle medesime informazioni.

Senonchè lui aveva creduto di applicare, ai dati che giungevano, le stesse tecniche normalmente usate nel controllo dei processi industriali: In pratica ogni informazione finanziaria veniva osservata come segnale misurabile di un sistema chiuso e, potendo pilotare attraverso l’elaboratore operazioni in azioni o valuta di ogni tipo, venivano suscitate reazioni atte, a suo dire, ad equilibrare il sistema.

Per fortuna che gli economisti non studiano la teoria dei controlli automatici e gli ingegnieri non si occupano di finanza! Restano i matti, che sanno ogni cosa: lui per me era uno di questi.

Restava il fatto che il suo elaboratore, oltrechè occuparsi del miglior modo di convertire la merda in progresso dei popoli, funzionava davvero come organo equilibratore di un sistema finanziario piuttosto vasto, a giudicare dalla provenienza dei principali indicatori controllati.

Quanto denaro poteva gestire, affinchè il controllo di processo potesse essere di una qualche percettibile efficacia? Davvero poco, mi assicurava il mio poco rassicurante amico: La peculiarità del controllo consiste nel suscitare la reazione nel punto di massima sensibilità del sistema, piuttostochè condizionare brutalmente il mercato con grosse quantità di denaro.

“Introduzione alla pianificazione e controllo dei flussi economici internazionali”, già, quel libro! Ed eccone l’attuazione pratica, ovvero: come ritrovarsi ancora una volta impantanato tra le teorie scientifiche e gl’incubi della fantapolitica, o fantaeconomia che fosse. L’incudine era alla fine piovuta sulla mia testa; regolare direi, viste le belle premesse.

E ancora un’altra coincidenza da reputare “ben strana”, come quell’altra, per cui mi ritrovavo responsabile di un ufficio di cui in realtà sapevo poco o nulla, e della cui attività poco o nulla avevo deciso.

Carcere duro
E così, per una strana coincidenza, mi ritrovai davvero in un brutto pasticcio. Già, il presidente se l’era squagliata al momento giusto, non avrebbe potuto essere più accorto e tempista.

Il responsabile delle “relazioni con le nazioni non allineate” ero io adesso, e a me chiedevano informazioni su certi documenti riservati fatti pervenire, chissà come, ad importanti esponenti di una repubblichetta baltica. Già, proprio quella. E sapevano anche che tornavo proprio da lì.

Posizione indifendibile, avrebbe pensato chiunque; e a maggior ragione pareva indifendibile a me che, esaurite le poche scuse e obiezioni che ero stato capace di opporre a quel furioso “terzo grado”, mi rigiravo tra le pareti di una celletta, nell'attesa di chissà quali eventi potessero sopraggiungere a risolvere una faccenda che non pareva aver vie d’uscita.

Dovetti chiarire la mia posizione anche riguardo ad un libercolo trovato tra le tasche del mio cappotto durante la perquisizione. Già! Il regalo di quello strano e simpatico pope! Era rimasto lì e me n’ero completamente scordato.

Ben più che i miei confusi tentativi di spiegazione, a convincere il commissario che m’interrogava fu il libretto stesso; vecchio consunto e scritto in latino, dovette sembrargli indegno di una qualunque più attenta considerazione; me lo allungò con una smorfia di disgusto:

“Un filosofo allora! Abbiamo un filosofo! E non sa nulla dei documenti sottratti, nulla del presidente, nulla di nulla!” rimbrottava astiosamente l’omone, incorniciando nel suo viscerale disprezzo il quadro patetico che dovevo rappresentare io ai suoi occhi.

Rassegnato comunque all’evidenza che da me avrebbe cavato ben poco, forse conscio, in cuor suo, che il pescetto che avevano preso non era certo il temibile squalo cui davano la caccia, mi fece riaccompagnare alla celletta senza disturbarsi ulteriormente con me.

Ebbi anche modo di notare una certa, seppur minima, benevolenza da parte delle guardie; dovevo star lì dentro ma non davo fastidio, mi avrebbero lasciato in pace.

Il vitto era da carcerati, ma una mia sana e antica predisposizione a cibarmi soprattutto di pane, buono comunque finché è fatto di grano, mi metteva al riparo dai rigori di una dieta che non doveva essere certo da grand hotel. In pratica m’ero messo a pane e acqua da solo, se si eccettua qualche po’ d’insalata che, di quando in quando, si presentasse meno avvizzita del solito.

Mi restava il libretto, e lunghe ore di luminosa solitudine avrebbero avverato la raccomandazione –o predizione?- del pope: “Da meditare con calma, mi raccomando!”.

Divina Sophia, come sai giungere inattesa nella vita degli uomini, e attraverso quali tortuosi percorsi del destino, spesso, concedi i tuoi appuntamenti!

Così che il predestinato ad incontrarti, vorrebbe comunque fuggire le vie che hai scelto, e solo chi comprende e accetta il senso d'ogni accadere sa ravvisarti, invisibile fulgore oltre ogni parvenza.

Così rilucesti a me, rinchiuso nella parvenza di carcerato, ma libero di spiegare, in me stesso, quelle ali che mai prima d’ora avrei osato protendere fino a tal punto.

Così rilucesti a me, che nella solitudine del meditare formavo in imagini la tua veste, di cui è intessuto l’universo: il racconto mirabile della creazione.

Così rilucesti, mentre preparavi il mio incontro con lei che, unica, avrebbe dischiuso a me ogni sigillo e ogni porta, unica essendo la tua essenza ed il suo amore!

Nella tomba
La benevolenza dei miei carcerieri giunse a far sì che potessi avere qualche copia dei principali quotidiani. Non che la cosa mi allettasse particolarmente, in ogni caso aveva l'effetto di distogliermi dal clima di silenzio interiore che avevo raggiunto, condizione essenziale per ogni seria meditazione.

Non potevo però dimenticare il mondo del quale ancora, sia pure carcerato, facevo parte. Gli avvenimenti degli ultimi mesi s'erano succeduti ad un ritmo più frenetico, se confrontato al silenzio della mia celletta, di quanto non potessi, recluso, immaginare.

Il disastro economico già in atto, lungi dall'apparirmi catastrofe e rovina della civiltà, mi suggeriva un senso di serena quiete come solo nell'attimo della morte, cessate le sofferenze e gli spasmi della malattia, il malato sa sperimentare. Ed io sentivo in me stesso questo morire all'inganno di una civiltà che aveva voluto a tutti i costi fondarsi sul nulla del progresso economico.

Mai prima d'ora m'era apparso così chiaro: se l'associarsi delle famiglie in tribù e delle tribù in popoli prepara nei millenni, ci insegna la storia, la luminosa idea di stato, e se l'idea di stato realizza la più elevata moralità dei suoi partecipanti, dimodochè le leggi, lungi dal rappresentare il noumenico dovere kantiano, risultino espressione della massima forma di amore possibile a quel popolo, cosa mai avrà a che fare il denaro con l'associarsi degli stati, in nome di un’Umanità che si vorrebbe, oh stolti, avvilita e incatenata al pedestre fatto economico?

Mai prima d'ora m'era apparso così chiaro: se la più alta e nobile espressione umana coincide col disinteressato amore per gli altri, ciò che chiamiamo moralità essendo la codificazione in principi e concetti di questa massima espressione della libertà e della coscienza; l'idea di stato, essendo codificazione e normazione dell'impulso morale delle singole individualità socialmente cooperanti, non rappresenterebbe forse -nella sua più autentica accezione e non certo nell'odioso malgoverno dei peggiori, che in democrazia hanno facile gioco- la più elevata forma di amore incarnato e visibile nell'ordinamento sociale che si danno i popoli?

E cosa avrebbe a che fare, tale meravigliosa summa d’ogni spiritualità, con l’odioso rendicontare dei mercanti, che valutano ogni agire umano secondo i criteri del dare e dell’avere, laddove tale agire risponderebbe soltanto all’Idea che lo muove?

E se l'Idea concepita è quella che manifesta l'Uomo nella sua più vera e intima essenza, se nell'Idea nascente veramente si realizza l'unità dell'io con ogni cosa che appare, solo appare, isolata e a sé stante, cosa mai avrà a che fare la moneta, fuori del suo necessario e contingente utilizzo, con il progresso e l'elevazione morale dei popoli?

E come potrebbe uno stato, considerante il popolo un mezzo alla sua organizzazione, piuttostochè la sua organizzazione contingente mezzo all’espressione dell’uomo libero, reggersi su fondamenta che non siano d’argilla, allorché asserve e utilizza, costringe e condanna; allorché accresce il cancro dell’organizzazione fine a se stessa, a danno di coloro che ne costituirebbero l’unica e sola ragione?

La negazione dell’unicità dell’individuo, del suo essere ragione a se stesso, aveva prodotto il guasto irreversibile, e il profondo ammalarsi fu il segno della volontà di guarigione. Ampiamente in atto, a quel che potevo capire dai frammenti di vita che mi giungevano grazie ai pochi giornali.

Né avrei potuto additare, quale causa del guasto, una decadente moralità e assenza di valori, come invece affermavano certe fazioni clericali e dogmatiche. Nell'epoca della libertà, ogni legge che non scaturisca dall'intimo e autonomo intendimento degli uomini, risulta necessariamente falsa e priva della forza morale che può giungere solo dalla consapevolezza di sé, cui nei secoli passati surrogò una fede che preparava gli ancora inconsapevoli, all'epoca dell'egoismo e dell'autonomia assoluta.

Così si disgregava ai miei occhi il tessuto che avrebbe tenuto assieme l'Europa; così, mentre naufragava l'incubo orrendo, un sogno luminoso emergeva quasi non visto, fra i torbidi flutti di quei rivolgimenti sociali.

Libertà

Era trascorso un anno. Per me fecondo di innovamenti interiori; per il mondo là fuori, il caos sociale impoveriva e disorientava gli uomini. Era già un anno e non capivano, nemmeno i miei carcerieri, perché mai fossi ancora là dentro; forse si erano dimenticati di me, e una mattina, nella confusione di quei caotici eventi, mentre le stesse guardie abbandonavano il carcere, la mia cella fu aperta.

Non fu come una liberazione, piuttosto fu come un gioco stancamente condotto per troppo tempo, e che si lascia lì a metà, troppo svogliati per procedere oltre.

Come potrei descrivere lo stato d'animo con cui raccoglievo le mie poche cose e mi preparavo a tornare nel mondo! In un mondo che in un solo anno aveva subito più cambiamenti che nel corso della mia intera vita... ed io! Com'ero cambiato anch'io in quell'anno! Quasi che sottilmente collegato, nel silenzio della mia celletta, con l'umanità intera, ne avessi vissuto le ansie, ogni smarrimento, ogni emozione. Come se ne avessi pianto ogni lacrima!

Erano questi i pensieri che accompagnavano i miei primi passi esitanti fuori del carcere; dove sarei andato, chi avrei ritrovato, con quali mezzi, chi mi avrebbe aiutato, tutto era buio e confuso. E non leggevo, negli occhi dei passanti che incrociavo per strada, confusione e smarrimento minori dei miei, che uscivo libero da una prigione.

Mi venne in mente di tornare in ufficio eppoi subito alla mia pensioncina, perlomeno a raccogliere le poche cose che non avevo potuto portare con me al momento dell'arresto. In realtà ritrovare la mia roba in ufficio sarebbe stata una vera impresa. Anche ritrovare l'ufficio, a dire il vero, visto che sull'ampio portone dello stabile, un tempo pulito e protetto da guardie e ormai in abbandono, campeggiava un cartello mezzo staccato e penzolante:

"CENTRO DISTRIBUZIONE AIUTI ALIMENTARI", recitava la scritta sbiadita, e avrei anche potuto rivoltare lo stabile per trovare, se non la mia roba, quantomeno un piccolo aiuto alimentare al mio povero stomaco, ormai avvezzo ad ogni spiacevolissima novità.

Mi avviai così alla pensione. Per fortuna era ancora in piedi, e che sorpresa, nel rivedere volti conosciuti e per di più amichevoli!

C'era la mia camera e c'era la mia roba. C'era addirittura qualche avanzo di minestra, accomodato alla bell'e meglio dalla padrona di casa, cui non dispiacque privarsi di risorse preziose, nella gioia di rivedermi sano e salvo.

Avrei sostato qualche giorno a ritemprarmi prima di mettermi in cammino -e chissà con che mezzi!- alla ricerca di quell'altro po’ della mia precedente vita che poteva ancora restare in giro nel mondo, affetti familiari, beni e quant'altro.

In cammino
Non fu senza emozione e senza promettere di tornare a trovarli, che salutai la padrona della mia pensioncina e le persone care che avevo conosciuto e che ancora vi rimanevano. Nel caos generale, pochi aerei militari facevano ancora la spola tra una nazione e l'altra ed io, grazie ai miei trascorsi lavorativi, nutrivo qualche speranza di riuscire a farmi prendere a bordo.

Più che i miei trascorsi lavorativi, un vecchio orologio d'oro, regalatomi dal principe ai tempi delle mie frequentazioni mondane, valse a corrompere un grasso sergente dagli occhietti rapaci che, per molto meno, avrebbe imbarcato non già me sull'aereo, ma me e l'aereo sulle sue grosse spalle. Mi accorsi in ritardo e con dispiacere di aver esagerato nel promettere, ormai era cosa fatta e tanto valeva non pensarci più.

Avrei volato di lì a poco sulla mia vecchia, cara, ahimè sbrindellata, Europa. Presto sarei atterrato dove avevo ancora qualche speranza di ricominciare a vivere sotto un tetto mio, vicino a persone care. Questo mi dava coraggio.

Di lì a qualche ora e... sarei rimasto deluso! La vecchia zia era morta, più per l'età che per gli stenti di quell'ultimo anno, mi dissero; era il legame in cui più speravo. Dei cugini nemmeno l'ombra: Messico, Cile... chissà.

La casa della mia infanzia, la casa della vecchia zia, era diventata un ufficio militare di smistamento: cosa ci fosse poi da smistare in quell'enorme bailamme di proporzioni intercontinentali... bah! Adesso sì che stavo a posto, libero come l'aria.

Libero come l'aria! Che però non beve, non mangia. Non dorme l'aria, mentre io, più che mai sentivo la necessità di uno stabile accomodamento, e non potevo certo disporre di chissà quali risorse! L'orologio era la cosa più di valore e l'avevo già investito in un pessimo affare, considerato il risultato.

Così, mentre mi aggiravo, ogni ora più stanco, per quelle vie familiari, care al ragazzino di un tempo che le percorreva vociando, stavo per rassegnarmi a tornare all'aeroporto e cercare il sergente di prima, nella speranza che l’orologio valesse, seppure tra le sue avide dita, anche il viaggio di ritorno per arrivare almeno alla mia pensioncina, dove un letto l'avrei trovato di certo.

E invece non avrei fatto in tempo a girare l’angolo per trovare, non già il sergente dagli occhietti rapaci, ma l’ennesima delle sorprese che il mio fantasioso destino aveva bell’e confezionato, senza troppi riguardi per i piani che andavo preparando per me, ma con un occhio alla trama del romanzo: evidentemente complice dei miei lettori.

Solve et coagula
“Se non riesci a toglierteli di torno, cerca almeno di farti invitare a cena” soleva raccomandare il mio presidente, quand’era in vena di ammaestrarmi sul miglior modo, a suo dire, d’intrattenere rapporti col nostro prossimo.

Stavolta avrei davvero messo in pratica la lezione, visto che per l’ennesima volta le nostre strade si incrociavano! D’altronde non avrei trovato altri rimedi, se si eccettua un poco dignitoso accasciarsi a terra svenuti, alla fame che mi divorava.

D’altronde sembrava lieto di assumersi, per una volta, l’onere delle mie più urgenti incombenze materiali; forse voleva farsi perdonare quella fuga ingloriosa. Glie n’avrei dato di certo ampie occasioni, privo com’ero d’ogni mezzo o risorsa.

Com’era cambiato! La fattiva frenesia d’un tempo aveva lasciato il posto all’esitazione e allo smarrimento; qualità interiori che mai in quell’uomo avrei pensato potessero albergare, sia pure nelle più insondabili profondità dell’anima.

E invece eccolo lì, quasi che la catastrofe dell’ultimo anno avesse operato in sincronia, nel tessuto economico ed in lui stesso; come se il frantumarsi degli ingranaggi economici avesse coinciso col miserevole frantumarsi in lui d’ogni velleità o certezza.

Una nuova sensibilità traspariva da quello smarrimento. Una più cosciente attenzione alle cose, volontà d’ascolto e d’immoto silenzio, avevano preso il posto dell’antica furia di sé e del suo furioso imporsi agli eventi.

Così, forse per la prima volta, mi osservava davvero. E non senza comprendere il profondissimo mutamento anche a me occorso, in quell’ultimo anno. Adesso, dopo che il vento del destino degli uomini aveva spazzato e rinnovato ogni cosa, ero io quello capace di barcamenarsi con destrezza; e a me si affidava, così come aveva preteso affidare me a se stesso, quando il mondo era stato il suo mondo, i valori i suoi valori, la logica la sua logica.

Mi avrebbe aiutato e ripagato d’ogni cosa; come non ravvisare in ciò la luminosa grandezza del destino, che lega esseri e cose alle volte lontani e così diversi, fino a farne emergere quell’unica e originaria luce di cui ogni cosa che esiste è sostanziata: avevo perso il presidente e avevo trovato un amico.

Avremmo passato assieme alcuni mesi, ripercorrendo il senso degli eventi che avevano portato il mondo a quel baratro e noi a noi stessi.

E in quell’interiore ripercorrere, una sottile sostanza di destino coagulava nella volontà del mondo, mentre luminose ne ascendevano le cause alla nostra coscienza, ormai desta.

Avremmo passato assieme alcuni mesi e sarei partito: tutto s’era ormai compiuto, e ormai, non mi chiamava più attraverso gli eventi del destino, ma direttamente a sé, l’Unica.

Epilogo
Com’era chiaro ormai, il senso di tutto! E come ogni rovinare impietoso di macchine, attrezzi, costruzioni, rimandava all’evidenza di quella ossessiva illusione, che aveva vestito d’esteriore razionalità e progresso il nulla, che si credeva il tutto, e su cui si presumette fondare la società ed il benessere degli uomini!

Come l’anima abbandona, involandosi, lo sfacelo del corpo ammalato, così il pensiero dell’uomo, alienato all’esteriore, oscura deità del meccanicismo economico, abbandonava le sue opere sulla terra; ogni organizzazione obbedendo all’idea che la muove e svelando, nella dissoluzione della sua esteriorità, l’intimo moto creante.

Era come se ogni cosa, morente, raccontasse la sua storia e il suo senso, come se svelasse la ragione del suo essere, finora, organizzata ed esistente.

E questa ragione era il nulla! L’oscuro nulla del desiderante egoismo umano! Che costruiva, inventava, organizzava, ma mai per amore del costruire, dell’ideare, del fare: sempre e comunque per quell’unico e oscuro desiderio, che asserve l’uomo alla trascendenza di un potere soltanto immaginato, se l’individuo è ancora incapace di destarsi alla sua reale autonomia, assolutamente interiore e libera da presupposti.

Così moriva la corporeità di colui che avrebbe voluto, re del mondo, incatenare gli uomini all’oscurità di un divenire altero e meccanico. E mano a mano che se ne disgregavano le membra, le opere, emergeva, dapprima quasi inavvertito, il senso nuovo dell’essere, che avrebbe riedificato la terra.

Così osservavo l‘intimo senso e ragione di tutto, ora che tutto non aveva più senso, ora che l’incubo lasciava il posto al sogno.

Così si conclude questa mia strana epoca di passaggio, da una civiltà ad un’altra che nulla ha più in comune con la precedente, e che per questo ho voluto raccontare.

Così ho svelato il senso del destino, mio e della mia epoca, alla ricerca dell’Unica luce che possa dar contezza all’uomo del suo esistere nell’universo.

E mi perdonerete se, presuntuosamente, vi affermerò di averla trovata.

L’Unica
Ed è ormai tempo di essere, perché la storia lasci il posto al presente, alla gioia dell’oggi, come mai è stato possibile prima.

Gioia comunque illusoria, finché incatenata all’eterna ruota del piacere e del dolore, del dovere ad ogni costo sentire se stessi per la paura di non poter essere.

Ma autentica se, oltre la potenza della più radicale coscienza di sé, si è capaci di giungere, per eccesso di Io e non già per mistico abbandono, all’Unica, che dall’origine del tempo ci è destinata.

All’Unica, dove ogni tempo e ogni luogo è congiunto nella contemporaneità dell’Essere, dove non v’è desiderio, ogni manifestazione ed ogni immanifestazione essendo riassunta in Lei, causa e potere d’ogni Creazione.

All’Unica, promessa e compimento d’ogni reintegrazione e vittoria. All’Unica, che dischiude le porte del Cielo e gli abissi del Mare. All’Unica, che già riassunse in sé ogni divenire, nel suo risplendere d’ogni colore del primo, eterno, giorno della Creazione.

Così risplendesti a me, la prima alba del mondo, il primo mattino della coscienza. Così, giunto alla fine del tempo, ricordo l’inizio della nostra esistenza come due esseri, ma che ogni ora della Storia cercarono, in ciò il suo senso, di tornare Uno.

Così risplendesti a me, oltre la soglia dell’abisso, oltre il premio e il diritto di regnare tra i demoni, oltre la prova additata dagli Dei.

Così risplendi, Unica i-Dea.

                                                    §§§

"Ritrovare Sophia in ogni percezione", Novalis, Frammenti